I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli

I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli
Bivio per Casteld'Emilio, sotto Paterno: La popolazione civile, in maggioranza femminile in quanto gli uomini erano nascosti applaude al passaggio dei carri polacchi

giovedì 11 aprile 2019

Spionaggio Nella seconda guerra mondiale


Pubblicato su Marche 44 in data 6 settembre 44

DIVERGENZE E COINCIDENZE TRA INGLESI ED AMERICANI 
NELLA LORO COMUNE AZIONE ITALIANA DI SPIONAGGIO 
DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE


1.     Premessa

     Emergono vari fattori che, durante il secondo conflitto bellico, facevano supporre che i rapporti degli americani con gli italiani sarebbero stati meno ardui che con gli inglesi. Gli scontri diretti delle truppe americane con le forze italiane erano stati in numero minore che con gli altri Alleati, non c’era negli Stati Uniti l’acceso risentimento provato in Inghilterra per l’entrata in guerra dell’Italia, la “America” era vista come una nazione ricca dove vivevano molti dei nostri emigranti. L’impero britannico, invece, appariva geloso dei suoi interessi, attento agli equilibri di potere internazionale, legato ai vecchi metodi della tradizionale diplomazia europea. L’esercito inglese era un tipico grande esercito europeo che l’industrialismo aveva modificato e modernizzato, ma il costume e lo spirito erano antichi. Rispecchiavano una classe dirigente –l’Inghilterra e l’Impero- di estrazione aristocratica e di grande borghesia liberale. Il senso impalpabile ma realissimo delle gerarchie sociali informava in particolare le relazioni tra gli ufficiali, per non parlare dei rapporti con gli italiani.

     I soldati americani, invece, rimanevano sempre dei cittadini che il governo aveva chiamato sotto le armi. Gli ideali democratici stimolavano in qualche modo la V Armata americana e consentiva a “questi cittadini in armi” un contatto diretto di nuovo stampo con le popolazioni liberate. A torto o a ragione, l’Inghilterra era poco popolare presso le due nazioni latine, Francia e Italia, tanto che si era arrivato ad ipotizzare, in occasione dello sbarco in Nord-Africa governato dal regime di Petain, di vestire le truppe britanniche con divise americane[1].

    La convinzione degli americani di sbarcare in Europa come liberatori dei popoli trascinati alla rovina dal fascismo era diffusissima. Saranno ancora una volta ingenuità e semplicismi mentali. Ma facevano tabula rasa di tanti storici odi e rancori del Vecchio Mondo, delle onte e tradimenti patiti e delle vendette e rivendicazioni da imporre. Il nemico erano fascismo e nazismo, bisognava finire di distruggerli e poi tornare a casa. Questa era ovviamente ideologia spicciola, ma radicatissima, quindi, importante. Determinava un’attitudine morale e pratica di fondo: accettare l’italiano che voleva dar loro una mano nel compito della liberazione, dargli i mezzi e lo spazio morale e politico perché operasse al meglio in questa direzione.


2.     L’ingresso dei servizi segreti americani nel conflitto

    Agli inizi del conflitto, la struttura dell’OSS (Office of Strategic Services – Ufficio dei Servizi Strategici – servizio segreto americano poi sostituito dall'attuale CIA) era appena abbozzata, e nonostante la collaborazione dei partigiani francesi ed italiani, non è stato sempre possibile disporre di gruppi attivi e preparati per contrastare il nemico e ridimensionare gli inglesi; questi ultimi continuavano a considerare gli americani con sufficienza, denunciandone errori ed impreparazione. Quest’atteggiamento lo si può ricavare da un parere di John Bruce Lockheart, un veterano del servizio segreto inglese:

“Gli americani passarono dall’isolamento al possesso del potere mondiale in due o tre anni. Essi non avevano politica estera né servizi segreti. Quando si sono sommersi nella realtà degli affari mondiali la loro innocenza e la loro ingenuità erano pressoché totali. Il contributo dell’OSS durante la guerra  (con la sola possibile eccezione di Allen W. Dulles in Svizzera) fu molto piccolo. Questa era la situazione alla fine della guerra”[2]

    A ragione di tale situazione, W. J. Donovan, fondatore del COI (Coordinator of Information – Coordinatore dell’Informazione) ed in seguito dell’OSS, riuscì a stabilire contatti molto proficui con i servizi inglesi; ne studiò l’organizzazione e ne assicurò la collaborazione[3]. Emissario de Roosevelt a Londra, vigilò per neutralizzare l’impatto che i rapporti di J. P. Kennedy (ambasciatore americano in Inghilterra) avrebbero potuto avere sulla Casa Bianca. Critico del sistema economico britannico, il Kennedy tentava di dissuadere Roosevelt dal prendere posizione a favore degli inglesi, ritenendoli incapaci di competere o resistere con la potenza germanica[4].

     Allo scoppio della guerra gli americani dipendevano dagli inglesi per il controspionaggio, un dato che se non giustifica, almeno spiega la confusione e l’impreparazione di coloro che furono incaricati di mantenere i contatti con i gruppi della Resistenza[5]. Agli italiani impegnati nei partiti e nelle organizzazioni confluiti in essa, risultavano lampanti le divergenze anglo-americane: “i servizi inglesi politicamente e militarmente avevano come punto di riferimento Brindisi e il governo Badoglio, ciò vuol dire che, in termini politico-militari, per il SOE – Special Operations Executive – Direttivo delle Operazioni Speciali – servizio segreto britannico, in Italia era essenziale la continuità dell’assetto politico e militare tradizionale, la sua conservazione e, attraverso esso, la conservazione tout court dell’assetto sociale; mentre l’OSS guardava a Capri e quindi Napoli, ossia gli antifascisti oppositori se non della monarchi, almeno di Re Vittorio Emanuele[6]. Donovan correva così il rischio calcolato di “grane” con gli inglesi, con l’AFHQ di Algeri e con il governo di Brindisi, ma i fini della lotta militare della campagna d’Italia erano prevalenti. Si trattava di una scelta non gravida di conseguenze. Un punto essenziale ai suoi occhi era di non trascurare la necessità di incanalare la volontà e le capacità di elementi di forze “civili” italiane decise a combattere il comune nemico, accertandone ed inquadrandone lo spirito volontaristico entro limiti ben definiti.

     Le forze della Resistenza in Europa ritenevano che gli ufficiali americani con cui erano in contatto fossero rappresentanti del governo di Washington, non sapendo che le loro parole e promesse non avevano alcuna importanza per i diplomatici del Dipartimento di Stato, questi senza esperienza diretta degli orientamenti partigiani e dei partiti nei paesi liberati o da liberare. Del resto, questa diversa, a volte contrastante valutazione, si verificò perché, al contrario di Londra e Mosca, Washington non richiedeva ai propri agenti di seguire la linea ufficiale di governo. Molti, anche nell’OSS, notando l’accresciuta credibilità dell’URSS in Europa, sperarono di fare della collaborazione realizzata nel 1943-44 sul campo la base per un’intesa in tempo di pace. Su questo presupposto hanno redatto rapporti e costituito legami con le forze partigiane, mentre la più stretta collaborazione e le intese tra i vertici americani dell’OSS e i servizi segreti britannici –apprezzate da Eisenhower[7]- non venivano condivise, come spesso si dovette registrare in Italia, dai responsabili subalterni e dalle sezioni che operavano nel teatro di guerra[8].


3.     Il SOE e l’OSS: una cooperazione difficile in Italia

      Nell’operato degli organismi speciali nella penisola si trovano punti di spartizione delle loro funzioni. In particolare le attività dell’OSS vennero nel 1944 concentrate in:
1.               Lombardia ed Emilia (terreno non adatto alle attività del SOE;
2.               Gruppi di “coup de main” (colpi di mano) sulla costa, operanti dalla Corsica o da Napoli. Si pensa anche che tale organismo americano abbia avuto contatti e piani sulle Alpi Marittime[9].

       In questa sua zona di pertinenza l’OSS entrò presto “in contatto con 23 gruppi della Resistenza in Italia[10]” mentre la collaborazione e gli aiuti alle poche milizie partigiani rifugiati per lo più in montagna nell’inverno 1943-44[11], “iniziò poco dopo il suo spontaneo sorgere nel settembre 1943. Le cose non riuscirono subito per il verso giusto tanto che inizialmente apparve evidente “il fallimento da parte degli Alleati, di creare un servizio di informazioni unificato con lo scopo di controllare e di sfruttare il potenziale militare del movimento (della Resistenza)[12]”.
    
    Il Gen. Mac Farlane, capo della missione militare alleata in Italia e poi nella ACC (Allied Control Commission – Commissione Alleata di Controllo), dal canto suo, riteneva indispensabile una rigorosa e precisa tattica se si voleva ottenere collaborazione e vantaggi dagli italiani. Egli suggeriva: “le due cose che si possono fare qui … sono:
I.il SOE sia l’equivalente dell’OSS;
II.il PWE (Political Welfare Executive – Direttivo della Guerra Politica - britannico) sia l’equivalente dell’OWI (Office of War Information – Ufficio delle Informazioni Belliche – americano).
Esistono per entrambi enormi possibilità ed un campo fruttifero”[13]
       
       L’OSS poi praticamente equivalse al SOE, mentre tra il PWE e l’OWI ci furono alcuni contrasti anche sulle questioni di fondo, soprattutto il contrasto di interessi tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna per il dominio in Italia[14]. Era evidente che, almeno nella fase iniziale, gli inglesi avevano dimostrato di possedere “idee quasi certamente più radicate degli americani sulla strategia militare e politica del teatro italiano”[15] e di voler “assicurarsi che nell’Italia post-bellica gli USA non siano considerati come gli amici (discorso di Berle, Vice Segretario di Stato) che hanno salvato il paese dal fascismo mentre noi (i britannici) dovremmo come minimo tenere il passo, se siamo incapaci di menare la danza con gli USA nel loro approccio con gli elementi resistenti”[16].

     Si veda a questo proposito anche quanto affermato dal direttore del PID Italia (Political Intelligence Department – Servizio del Ministero degli Esteri britannico per le Informazioni Politiche), Guy Cunnard al Magg. Fraser in una lettera del 24 maggio 1944: “Rapporti ricevuti dal SOE (tramite Berna) fanno presente che una maggiore dimostrazione di interesse da parte britannica (i.e. la BBC) nei confronti dei movimenti partigiani e della Resistenza è necessaria per controbattere l’impressione che soltanto i russi e gli americani abbiano una reale e pratica simpatia per i movimenti”[17].
    
      Tra i tentativi britannici per fermare le mire americane nel Mediterraneo è interessante parlare della vicenda che riguarda la Sicilia. In un’intervista pubblicata sull’Ora di Palermo (15 e 16 marzo 1966) all’On Antonio Varvaro ed a Nino Castrogiovanni, ex componenti tra i più autorevoli del Movimento Separatista Siciliano, riferiscono che “quel movimento spurio (questo movimento separatista tendeva a non escludere un’annessione agli Stati Uniti dando così vita ad una sorta del mito della 49° stella) era stato promosso dai servizi inglesi per creare il presupposto onde accusare il governo USA di mire egemoniche. Ne seguì un artificioso incidente diplomatico tra i due governi alleati a seguito del quale gli americani furono costretti, onde allontanare qualsiasi sospetto, a manifestare ostilità contro il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, lasciando mano libera alla politica italiana che in quel momento iniziò la persecuzione contro l’organizzazione indipendentista”.
       
        Tale situazione viene confermato da quanto apparve sulla rivista statunitense Life del 12 giugno 1944: “non ufficiale ma (è) insistente la voce che l’Ammiraglio britannico stia facendo pressioni, sotto il travestimento del separatismo siciliano per mantenere in qualche forma il controllo sopra la Sicilia”. Ancora un’altra conferma la fornisce un articolo del Times del 15 luglio 1944: “quando si chiede ai separatisti quale posto essi si aspettino che possa prendere una Sicilia indipendente nell’Europa dell’avvenire, essi rispondono candidamente che sarebbero lieti di accettare la protezione britannica”[18].
         
     A questo punto può forse essere utile proporre come metro di paragone e di valutazione quanto al contempo avveniva nel settore operativo prettamente amministrativo-militare, vale a dire la divisione di funzioni tra inglesi e americani all’interno dell’ACC (Allied Administration Comitee)[19]. Di fatto, anche se la rappresentanza americana nell’amministrazione de territorio italiano sotto l’occupazione alleata fu pressappoco equivalente in numero a quella inglese, gli organi direttivi furono fin dall’inizio detenuti dai britannici –nel governatore militare, gen. Alexander e nel suo vice maggiore generale lord Rennel. Ad essi si aggiunse H. Mac Millan (già ministro residente del governo britannico ad Algeri) che mantenne l’incarico di consigliere politico del suo governo, superando l’opposizione americana ad incarichi civili[20].

    Quando fu istituita l’ACC gli inglesi si attribuirono la creazione delle due sezioni più importanti, rispettivamente quella politica e quella economica[21]; quest’ultima sarebbe passata nel gennaio seguente agli americani che si servirono, però, di questa come delle altre cariche di prestigio nella Commissione per obiettivi di politica interna. Infine, mentre gli esponenti americani si mostrarono molto spesso impreparati ed incompetenti, gli inglesi seguirono una linea politica ben precisa e dominarono di fatto la politica alleata in Italia. La preminenza inglese finì per imporsi.

      Possiamo cominciare l’esame della struttura dell’OSS in Italia con la sezione R & A (Research and Analisis – Ricerca ed Analisi), con a capo H. Stuart Hughes (1916-1999), diventato poi il noto storico di Harvard, la quale cominciò a preparare piani di intervento che Earl Brennan, designato dal Direttore Generale William Donovan come responsabile del teatro italiano, doveva realizzare. Brennan, cresciuto in Italia e poi divenuto funzionario dell’Ambasciata americana in Roma, iniziò a reclutare italo-americani tra i quali Max Corvo, Vincent Scamporino e Victor Anfuso, inviandoli al centro alleato di Algeri da cui doveva partire il programma operativo delle azioni verso la Sicilia (sbarco alleato nell’isola deciso nella Conferenza di Casablanca –gennaio 1943- e in quella del “Tridente” di Washington –maggio 1943, così come auspicava la forte componente italo-americana interna all’OSS e buona parte della comunità italiana negli Stati Uniti)[22].
       
       Fin dal 1943, infatti un altro potente alleato dell’OSS fu proprio la Mafia, che Donovan arruolò senza troppi problemi per preparare lo sbarco. Così Brennan ricorse a Lucky Luciano che in cambio della libertà, fornì i nomi di 850 persone su cui contare in Sicilia per preparare l’operazione Husky (in codice, lo sbarco in Sicilia)[23].

        Subito dopo l’armistizio la sezione italiana dell’OSS si mise in moto reclutando in breve (soprattutto tra i prigionieri di guerra) un centinaio di uomini che si adoperarono per permettere allo stesso Donovan di incontrarsi a Capri con il filosofo Benedetto Croce al fine, tra l’altro, di valutare l’opportunità di costituire un  corpo di volontari italiani da far combattere al fianco degli Alleati. Ellery Huntington, comandante dell’OSS presso il gen. Clark (comandante della V Armata americana), appoggiò la proposta che venne però rigettata dagli inglesi e da Badoglio. Peter Tompkins (agente OSS travestito da giornalista inviato a Roma durante l’occupazione nazista) e il genero di Croce, Raimondo Craveri, utilizzarono allora gli uomini già arruolati al fine di usarli come agenti da infiltrare oltre le linee nemiche all’interno dell’ORI (Organizzazione per la Resistenza Italiana).

        Questo episodio costituì la cartina al tornasole di una certa contraddizione tra la linea britannica, dura e conservatrice, e quella americana forse più aperta a compromessi con le stesse forze politiche progressiste della penisola. Ma allo stesso tempo ciò dimostrò altresì la supremazia britannica, almeno iniziale, rispetto all’OSS. Infatti gli inglesi, anche a seguito di questi avvenimenti, accusarono il capo dell’OSS Italia, Huntington, di essere “troppo antimonarchico”[24] e ne chiesero l’immediata sostituzione. Donovan si allineò ai desideri di Londra ed inserì al suo posto prima il col. John Huskell (Vice presidente di Wall Street) e poi il col. Clifton C. Carter, estimatore della strategia inglese e di Badoglio.

     Di lì a poco l’intero schema operativo ed organizzativo nell’altra mediterranea dell’OSS venne rivisto. Infatti, nel maggio 1944 vennero importanti modifiche soprattutto a seguito delle critiche al Comando Supremo Militare Alleato e tendenti principalmente ad accentrare e razionalizzare il controllo militare sulle attività del suddetto servizio speciale americano. Pare certo che la decisione di rivedere la struttura mediterranea dell’OSS sia stata anche determinata anche dai risultanti non certo brillanti della prima parte del 1944, dovuti principalmente alla disorganizzazione e alla mancanza di controlli amministrativi.

       Intanto esplodevano i contrasti con Londra che, dopo le prime esperienze di amministrazione in comune dei territori liberati, continuava a considerare subalterni i servizi strategici statunitensi. Americani e britannici valutavano diversamente le misure da prendere per l’eliminazione del fascismo e dell’atteggiamento da assumere nei confronti delle forze politiche antifasciste. Mentre i primi si mostravano disposti a concedere una certa libertà di stampa e consideravano la sospensione delle attività politiche come una misura temporanea, gli inglesi si opposero decisamente alla riorganizzazione delle forze politiche; il loro punto di vista prevalse anche per la convinzione da parte americana che il governo militare non avrebbe dovuto avere un ruolo politico. Soltanto R & A riuscì a mantenere una certa indipendenza ed autonomia, soprattutto perché gli inglesi non ne consideravano essenziale l’integrazione con le proprie scelte operative, rivolte prevalentemente allo spionaggio e alla collaborazione con i gruppi della Resistenza e, perciò, meno attente alle metodologie degli analisti americani. “I rapporti di R & A con i britannici mai inclusero l’argomento dell’interazione, probabilmente perché vedevano il campo della ricerca come opposto allo spionaggio e all’aiuto alla Resistenza; la tolleravano poco e niente nella loro posizione di largo raggio in Europa”[25]. 


           


[1]Cfr. F.S.V. Donninson, Civil Affairs and Military Goverment: Central Organisation and Planning, London 1966, pp. 61 e ss.

[2]Riportato in K. Roosvelt, The War Report of OSS (Office of Strategic Services), New York 1976, vol. 1, a pp. XIV-XV.

[3]T.F.Troy, COI and British Intelligence: An Essay on Origins, Washington DC, 1970, pp. 8-26; anche W.J. Donovan, Intelligence Key to Denfense, in Life, September 30th, 1946, p. 108.

[4]Anche presso gli inglesi, i quali nel 1940 non conoscevano la reazione americana alla ormai imminente caduta della Francia, regnava l’incertezza per il persistere delle tendenze isolazionistiche degli USA. Cfr. L. De Long, The German Fifth Column in the Second World War, Chicago 1956; sui rapporti tra J.P. Kennedy e il president Roosevelt, cfr. M.R. Beschloss, Kennedy and Roosevelt. The Unaesy Alliance, New York 1980.

[5]Cfr. V. Sheenan, This House agaisnt this house, New York 1945-6, p. 298.

[6]R. Craveri, La Campagna d’Italia e i Servizi Segreti. La storia dell’ORI (1943-1945), Milano 1980. P. 42; anche E. Di Nolfo, Problemi della politica estera italiana 1943-50, in Storia e Politica, n. 2, 1975, p. 279; F. Solari, L’armonia discutibile della Resistenza, Milano 1979.

[7]Cfr. V. Sheenan, op. cit.

[8]Cfr. W. Morgan, The OSS and I, New York 1957, pp. 131-2.

[9] Telegramma dell’ACME (Allied Commission Mediterranean – Commissione Alleata del Mediterraneo) all’AFHQ (Allied Forces Head Quarter – Quartire Generale delle Forze Alleate). In PRO (Public Record Office – Archivio di Stato britannico), WO (War Office – Ufficio Bellico) 204/1989
[10] Minuta di C. C. Carter, comandante dell’OSS Italia del 6 maggio 1944. In PRO, WO 204/1990, Italy.
[11] Memorandum del Magg. Gen. Noce, GSC (Government Studies and Correspondence – Ufficio Studi e Corrispondenza del Ministero della Guerra britannico), del 20 gennaio 1945. In PRO, WO 204/6086
[13] Minuta redatta a Taranto il 14 settembre 1943, ora in PRO, WO 193/751: Operations in Italy 9/09/1943 – 31/05/1945
[14] Cfr. G. Warner, L’Italia e le potenze alleate dal 1943 al 1949 in Italia 1943-50. La ricostruzione (a cura di) S. G. Wolf, Milano 1974, pp. 50-85; G. Kolko, The Politics of War, New York 1969, pp. 49-63
[15] In L. Mercuri, 1943-45 Gli Alleati e l’Italia, Napoli, ESI, 1975, p. 81
[16] In PRO, FO (Foreign Office) 954/24 A
[17] In PRO, FO 898/26, SOE 1941-44, General Corrispondence
[18] A. Finocchiaro – Aprile, Il Movimento Indipendentista Siciliano, a cura di S.M. Guanci, Plaermo 1965, p. 103
[19] In PRO, FO 371/37308 (Appendix B)
[20] Dietro questo incarico formale vi era in realtà il timore da parte del dipartimento di Stato e del Dipartimento della Guerra, che Mac Millan avrebbe esercitato una forte influenza politica. Sulle discussioni intorno all’incarico di Mac Millan si vedano i documenti pubblicati in H.L. Coles – A.K. Weinberg, Civil Affairs: Soldiers become Governors, Washington DC, 1961, pp. 174-175, e la versione dello stesso protagonista, H. Mac Millan, The Blast of War, 1939-1945, vol. II, London 1967, p. 455
[21] In PRO, FO 371/37308 (Appendix B)
[22] In particolare coloro i quali si riconoscevano nello American Committee for Italian Democracy di Pecora e di “Sons of Italy”
[23] Cfr. D. Mack Smith, Storia della Sicilia Medievale e Moderna, Bari 1970 e S. Romano, Storia della Mafia, Milano 1963
[24] Cfr. R.H. Smith, OSS, Berkeley 1972, p. 87; R. Craveri, La Campagna d’Italia e i servizi segreti alleati. La Storia dell’ORI (1943-1945), Milano, La Pietra, 1980
[25] K. Roosvelt, The Overseas Target, New York 1977, vol. II, p. 5. Cfr. anche A. Dulles, The Craft of Intelligence, New York 1963, p. 27.

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