I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli

I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli
Bivio per Casteld'Emilio, sotto Paterno: La popolazione civile, in maggioranza femminile in quanto gli uomini erano nascosti applaude al passaggio dei carri polacchi

venerdì 20 febbraio 2026

Carte Giorgio Morigi. Africa. La Carica di Tulludintù II Parte

 ( La prima parte è stata pubblicata con post in data 10 febbraio 2026)




 La carica  di Tulludintù

Giorgio Morigi e Dino Buzzati

 Ghilò sa imitare perfettamente il verso di molti ani-mali. Buzzati lo descrive così: «... dal 1º squadrone uscì un latrato di cane. Tutti capirono subito che non era una bestia ma l'ascari Ghilò, ordinanza del tenente Drogo, per-ché nessun cane al mondo aveva mai emesso un latrato così perfetto. Quando era allegro, Ghilò faceva ugualmente bene il cane e la jena, quando era allegrissimo faceva la voce del leone. In questo caso si attaccava alla schiena una scacciamosche per simulare la coda, camminava gattoni e digrignava i denti, mandando ruggiti bellissimi...>>

 

La mattina del 20 luglio, dopo giorni di vane ricerche della formazione ribelle, la colonna Morigi esplora la regione del monte O fu, avanzando con i cavalli alla ma-no, quando un lontano crepitio di mitragliatrice segnala finalmente la presenza del nemico.

 

Dopo un primo combattimento con la retroguardia ed una rapida ricognizione di una pattuglia comandata dal capitano Crapa, il t. colonnello Morigi si rende conto che la banda di partigiani amhara, vistasi intercettata, si è fermata schierandosi a difesa su un esteso ciglione roccioso protetto da grossi macigni che, ai piedi del colle di Tulludintù, chiude una vasta vallata pianeggiante che si apre davanti al Gruppo. Finalmente i guerriglieri preferiscono fermarsi ed accettare di battersi attestati su una posizione dominante e protetta anziché tentare una manovra di sganciamento che li esporrebbe al rischio di essere poi raggiunti ed attaccati allo scoperto dalla cavalleria.

 

La distesa pianeggiante che separa i contendenti è accidentata ma galoppabile; comunque è necessario attra versarla tutta prima di arrivare sotto le difese avversarie. Non c'è tempo da perdere e Morigi, per evitare la concentrazione del fuoco delle armi automatiche, che il ne-mico ha sicuramente appostato in qualche punto del suo

Scioa, Etiopia luglio 1939 Ascari del IV gruppo e Buzzati

 

schieramento, sui suoi squadroni raggruppati in un'unica e lunga carica su terreno aperto, ordina al s. tenente De Martinez di iniziare subito l'attacco con la sua banda a cavallo, sfruttando la parziale copertura della boscaglia su lato sinistro.

 

Subito dopo, mentre il nemico impegnato con slancio dalla banda <<Auasc>> è costretto a scoprire il suo principale centre di fuoco, vi guida contro la carica di tutto il Gruppe Squadroni.

 

È un galoppo a grande andatura, su un terreno rotto che sembra non finire più sotto la grandine dei proiettili, tra le grida di guerra delle «penne di falco» e le urla dei caduti. Tra i primi viene colpito a morte Ghilò, l'atten-dente di Buzzati, ma lo scrittore prosegue la sua corsa sotto il fuoco con gli altri cavalieri, ben saldo in sella. Non ha visto cadere l'ordinanza.

 

Poi tutto si svolge rapidamente. Giunti ai piedi del rilievo su cui sono appostati gli avversari i cavalieri salta-no a terra, si inerpicano di corsa tra le rocce seguendo il comandante del Gruppo ed assalgono con le bombe a ma-no e le armi bianche i guerriglieri che si sono ora schierati dietro muretti di pietra e continuano a far fuoco. La resistenza è accanita ma alla fine il nemico, attaccato anche da sinistra dalla banda «Auasc>> del s. tenente De Martinez, che si batte valorosamente, viene sopraffatto. I nuclei superstiti tentano di disimpegnarsi fuggendo ma sono a loro volta duramente battuti dal fuoco delle armi pesanti, portate subito in linea dal reparto mitraglieri del Gruppo, e poi ancora inseguiti dalle «penne di falco» di nuovo balzate a cavallo.

 

Buzzati, che ha partecipato a tutta l'azione con una freddezza da veterano ma con l'entusiasmo del novizio descrive il combattimento assumendo nel racconto, come in altre sue corrispondenze di guerra, lo pseudonimo di <<tenente Drogo>> il protagonista de «Il Deserto dei Tartari»: ...«Su cavallini, ancora più presto, altrimenti sarà troppo tardi, ecco l'ora tante volte pensata, l'ora che si sarebbe detta impossibile, la battaglia nel sole entro la valle deserta, lanciati a galoppo sfrenato, più bello di così non potrebbe essere, tutto è proprio identico ai sogni»...

 

...<<Ancora trecento, ancora duecento metri, un ultimo sforzo bei cavallini, almeno fino a quella barriera di rocce do-ve sarà necessario smontare. Il colonnello è avanti a tutti, difficile stargli dietro. Non molto distante galoppa Drogo e dopo Drogo galoppa Ghilò, preoccupato di non lasciarlo un istante. Eppure anche Ghilò si direbbe impazzito. - Amorà ratiè, amorà ratiè ratiè! - egli rugge, preso da una felicità terribile, e spara a casaccio verso il ciglione, anche se l'ordine è di aspettare. Drogo sente la sua voce alle spalle, ma ben presto non la distingue più nel crescente tumulto di grida. Pallottole maledette, chi andate ora cercando con la vostra flebile voce? Piccoli fischi si producono infatti nell'aria, a breve distanza zol-lette di terra schizzano in sù senza apparente ragione. Amorà ratiè-, arrivano i falchi!>>>>

 

<<<<Arrivano i falchi allo sbarramento di rocce, facendo crepitar l'aria di spari. Il colonnello è già salito in ci-ma, con la sua voce acuta da ragazzo ha ordinato: il primo squadrone alla mia sinistra, a destra il secondo! Il frustino in mano e null'altro ora corre a piedi verso un gruppo di sinistre capanne, chiuse da muri di pietra. I ribelli sono appostati là dentro, dagli interstizi dei muri sporgo-no decine di canne che stanno diventando ormai roventi, ma gli ascari si lanciano contro gridando Savoià, Savoià, ormai è questioni di pochi metri. Piccole scatolette me talliche descrivono una breve parabola e cascano dietro i muretti producendo detonazioni e morte»...

 

«Non è però ancora finita, il colonnello ordina nuovamente: a cavallo! per inseguire il drappello superstite, e tutti balzano in sella, fuori che il tenente Drogo, rima-sto senza cavallo. Chissà dove l'attendente è andato a finire».

 

<<- Ghild, Ghilò! - chiama Drogo cercando intorno tra gli ascari, ma nessuno risponde: comandi, come finora è sempre avvenuto. Egli chiede allora a un graduato: - Tas-sammà, sciumbasci! - grida a tutta voce. Tassammà, do-ve stare Ghilò?-. E lo sciumbasci dice: -Ghilò stare morto->>>>

 

<<Ghilò stare morto sull'erba e a due passi il cavallo pascola, aspetta che lui si rialzi. Invece l'ascari non si muove, la sua candida anima è uscita dall'involucro nero e sta navigando lassù, non forse diretta alle supreme sfere ma almeno al cielo degli spiriti semplici e buoni».

 

Il combattimento è ormai finito ed i morti vengono pietosamente sepolti mentre tutti i cavalieri presentano le armi. In questa guerra di movimento non è consentito sostare, la marcia deve riprendere.

 

Sul posto, a ricordo dei caduti, rimarranno solo tu-muli di pietra <<...che le piogge, l'erba e gli anni faranno presto sparire>> - scrive Buzzati - <<Poi i giorni, come succede qui in Africa, fuggiranno simili al vento...>>>

 

La carica di Tulludintù sarà ricordata per l'impeto travolgente con cui è stata condotta e la vittoria risoluti-va come uno dei maggiori successi realizzati nella campagna contro la guerriglia in Etiopia.

 

Lo scrittore lascerà con nostalgia il Gruppo, destina-to a nuove operazioni militari ed a rivivere le intense emozioni dei combattimenti, e concluderà il suo articolo con il ricordo commosso e fiabesco del fedele attendente che immagina destinato ad una illimitata licenza celeste con gli altri caduti come lui in battaglia:

 

<<Ghilò farà ancora il leone, con la differenza che lassù i ruggiti gli riusciranno meglio»... «Ghilò avrà potenti artigli, denti grandi e fortissimi, una superba criniera co-lor del sole e andrà balzando di nuvola in nuvola mandan-do giocondi ruggiti».

 

Giulio Morigi

martedì 10 febbraio 2026

Carte di Giorgio Morigi. Africa. La Carica di Tulludintù I Parte

 


 

La carica  di Tulludintù

Giorgio Morigi e Dino Buzzati

 

“Quella mattina - ed è una storia ormai lontana - quella mattina l'ascari Ghilò aveva fatto la voce del cane. Da due ore il gruppo marciava in direzione di oriente verso remote montagne, il sole era opaco e non faceva né caldo né freddo. Gli ascari avanzavano conducendo a mano i cavalli, giovani uomini atti alle armi. In testa erano gli ufficiali, poi venivano i soldati neri. Avevano moschetti, sciaboloni curvi, bombe a mano, mitragliatrici leggere e pesanti, perché era il tempo che giravano ancora i ribelli..”.

 

Così comincia l'articolo sulla carica di Tulludintù che Dino Buzzati scrisse nel 1939 per il Corriere della Sera con il titolo «L'ascari Ghilò, leone». Detto articolo è compreso nel libro Dino Buzzati - Cronache Terrestri a cura di Domenico Porzio, Arnoldo Mondadori Editore, quale raccolta di corrispondenze di guerra ed altri racconti dello scrittore.

Secondo uno stile del tutto personale, seguito anche in altre sue corrispondenze di guerra, il giornalista trasforma la cronaca in una specie di favola fuori dal tempo, senza riferimenti precisi a luoghi, date e persone. D'altra parte non sarebbe stato possibile pubblicare sulla stampa nazionale nel 1939 (l'articolo comparve sul Corriere della Sera due mesi dopo i fatti) una corrispondenza da cui risultava nei particolari la presenza in Etiopia di un'attività di guerriglia che la propaganda del regime non gradiva fosse nota alla massa degli italiani nelle sue reali e preoccupanti dimensioni, a più di tre anni dalla proclamazione dell'Impero. Si capisce così la necessità per Buzzati di inserire nel suo racconto annotazioni come: «...ed è una storia ormai lontana.... e ... era il tempo che giravano ancora i ribelli...».

 

Dunque, nel luglio 1939, Buzzati, inviato speciale del Corriere della Sera, si trova al seguito del IV Gruppo Squadroni Cavalleria Coloniale nell'alto Scioa. Ha conosciuto ad Addis Abeba il ten. colonnello Giorgio Morigi, comandante del Gruppo, ed ha chiesto di seguirlo nelle opera-zioni militari contro la guerriglia. Questo episodio della vita di Buzzati come corrispondente di guerra è poco поto. Lo ricordò Max David sul Corriere della Sera del 25 novembre 1972 in seguito alla pubblicazione, fatta pochi giorni prima sullo stesso giornale, di un elzeviro di Indro Montanelli sul «comportamento in guerra di Dino Buzzati.

 

Nello Sioa gli «s bergnuoc» (partigiani) amhara hanno ripreso lena infiltrandosi in tutta la regione, galvanizzati dall'esempio del ras Abebè Aregai, l'astuto ed ormai leggendario capo della resistenza che, senza cedere alle lusinghe del governo coloniale, è riuscito a sfuggire a tutti i rastrellamenti tra le montagne dell'ancoberino tenendo viva la fiamma della ribellione in tutto il paese, anche se ha visto le sue formazioni sconfitte in molti combattimenti.

 

Tra le truppe impiegate dal Comando Superiore FF.AA. contro le forze ribelli, in una vera e propria guerra, ufficialmente non ammessa dal regime ma che sotto molti aspetti è più dura, incerta e logorante della campa-gna d'Etiopia, considerata con ottimismo conclusa nel maggio 1936 con la conquista di Addis Abeba, vi sono appunto i gruppi squadroni di cavalleria coloniale. Costituiti da graduati e cavalieri indigeni, detti «penne di falco» (per la caratteristica penna portata verticalmente sul «tarbusch», il copricapo troncoconico degli ascari), al comando di ufficiali, sottufficiali e graduati nazionali, i gruppi si sono dimostrati alla luce dei fatti come l'unità operativa più adatta a combattere contro la guerriglia. Infatti la loro mobilità anche su terreni privi di strade, accidentati e resi impraticabili dalla stagione delle piogge, la celerità degli interventi, l'autonomia logistica e soprattutto l'entusiasmo e la combattività che ufficiali e sottufficiali di cavalleria sono riusciti a trasfondere negli ascari, si sono dimostrati fattori determinanti per contrastare un nemico spesso di molto superiore per numero, sempre più agguerrito per armamento ed abilissimo nello sfruttare le opportunità di attacco e sorpresa, di difesa e di ritirata offerta dalle montagne e dalle dell'altopiano.

 

Nell'alto Scioa una delle formazioni più aggressive è una grossa banda di guerriglieri amhara che minaccia un vasto territorio sia a sud che a nord del tratto Akaki-Moggio della linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti ed è sempre riuscita a dileguarsi dopo ogni incursione, evitando scontri in campo aperto. Per intercettarla il Comando Truppe dello Scioa ha disposto di effettuare un rastrellamento a largo raggio con reparti di fanteria e cavalleria. Uno di questi è appunto la colonna di cavalleria Morigi costituita dal IV Gruppo Squadroni e dalla banda a cavallo “Auasc” della P.A.I., assegnata per l'occasione al t. colonnello Morigi come rinforzo.

 Fanno parte del IV Gruppo: il capitano Giuseppe Crapa; i tenenti Paolo Ragioni, Luigi Fiorillli e Ugo Del Vecchio; i s. tenenti Marcello Gattino e Giuseppe Cimino; il s. tenente medico Giuseppe D'Alessandro; il s. tenente veterinario Luigi Gimelli; i sergenti magg. Angelo Giulianelli, Giuseppe Meccheri e Cesare Baradel. La banda a cavallo «Auasco è al comando del s. tenente Bruno De Martinez che ha alle sue dipendenze il maresciallo Giuseppe Contu e il caporalmaggiore Gustavo Gavin.

Da un mese con il IV Gruppo c'è anche Dino Buzzati che si sente subito attratto dalla vita avventurosa del reparto di cavalleria che va attraverso il paese come una carovana sempre in movimento, sfidando i pericoli. Lo scrittore sente l'incanto degli spazi aperti dell'altopiano, il raccoglimento degli accampamenti sotto la pioggia e la poesia dei bivacchi vespertini attorno ai fuochi che cementano l'amicizia e suscitano la confidenza degli uomini. Di-venta partecipe dei rapporti schietti e senza formalismi che legano comandante e subalterni e sono ispirati più dalla reciproca stima che dal grado.

 

Morigi si è subito preoccupato di migliorare la scarsa pratica di equitazione che ha Buzzati che, dopo un me-se di «istruzione», è così in grado di affrontare a cavallo anche le andature più impegnative sul terreno accidentato e reso molle e scivoloso dalle continue precipitazioni della stagione delle piogge. Ha inoltre messo a disposizione dello scrittore un fidato attendente a cui ha dato ordine di seguirlo sempre quando monta a cavallo. L'ascari si chiama Ghilò e diventerà protagonista ideale del suo racconto.

 

Giulio Morigi

martedì 20 gennaio 2026

Carte di Giorgio Morigi Africa II Parte La Carica di Monte Tigh

(post in data 10 gen 2026 Partre I)

Sacrificandosi eroicamente a Monte Tigh il s.ten. Thun diventa un simbolo ed un esempio per tutta la ca-valleria coloniale. Alla sua memoria viene infatti concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare

***

Per la carica di Monte Tigh, e per le altre azioni nel Goggiam nel periodo marzo-luglio 1938, venne concessa al gagliardetto del IV Gruppo Squadroni la croce di guerra al V.M.

 

Il comandante dell'XIª brigata coloniale, ten. col. Lorenzini, propose il ten. col. Morigi per il conferimento dell'ordine militare di Savoia (poi convertito in medaglia d'argento al V.M.) con questa relazione: «... Ma dove ebbi, in modo particolare, ad ammirare la prontezza di decisione, il coraggio a tutta prova e lo slancio trascinatore del ten. colonnello Morigi e constatare quanto efficace fosse da parte sua la preparazione morale del IV Gruppo Squadroni Cavalleria, alla tanto attesa prova, fu nel combattimento del giorno 28 marzo a Monte Tigh, definito dai ribelli capeggiati dal capo Bellai Zellechè la porta del Goggiam, da loro tenacemente difesa.

 

Nella relazione annessa è detto quanta parte abbia avuto il gruppo squadroni nell'attaccare ed occupare det-ta importantissima posizione.

 

Al ten. colonnello Morigi, giunto a portare il contributo dell'incontenibile slancio suo e del suo gruppo super-bo, toccò in tale occasione la parte piú ardua e più brillante dell'azione, conclusasi con tale affermazione da parte nostra da fiaccare, per sempre l'albagia del capo ribelle e dei suoi seguaci che non osarono piú, in seguito, affrontare le nostre truppe.

 

Per quanto sopra propongo il t. colonnello Morigi per il conferimento dell'ordine militare di Savoia, con la seguente motivazione:

 

Bella figura di ufficiale superiore, entusiasta, animato-re e trascinatore di uomini, formò del suo reparto con azione continua improntata a fede ed entusiasmo, a profonda conoscenza degli animi ed a grande perizia, uno strumento di guerra poderoso. Alla testa del suo gruppo, in aspra azione contro formazioni ribelli ben agguerrite che ave-vano impegnata una intera brigata, in una impetuosa carica risolveva fulmineamente a nostro vantaggio l'azione conclusasi con pieno scacco dell'avversario che restava fiaccato definitivamente. Sulle posizioni conquistate fanti ed artiglieri, ammirati da tanto slancio levavano un applauso di ammirazione e gratitudine all'indirizzo del gruppo squadroni e del suo impareggiabile comandante».

 

La carica di Monte Tigh fu uno dei molti episodi, nel corso delle operazioni militari in Etiopia, in cui l'im-piego della cavalleria si dimostrò determinante ai fini della vittoria.

 

Nei combattimenti contro formazioni nemiche ben agguerrite e che sapevano sfruttare a proprio vantaggio la conoscenza del terreno accidentato e privo di strade carrozzabili, attaccando improvvisamente le nostre forze e dileguandosi con altrettanta rapidità, solo la cavalleria poteva infatti seguire le mosse del nemico con la tempestività necessaria ed intervenire con successo in ogni frangente. D'altra parte il territorio delle operazioni, per quanto montagnoso, interrotto da fiumi, torrenti, ripidi costoni e profondi burroni, presentava negli altopiani un terreno quasi sempre galoppabile e lasciava quindi campo all'impiego del cavallo nelle azioni offensive. Se poi il ca-vallo non trovava spazio, i cavalieri sapevano immediata-mente trasformarsi in cacciatori a piedi mantenendo immutati l'impeto e l'aggressività. Ciò era dovuto al particolare spirito di corpo che si era venuto a formare in se-no ai gruppi squadroni. Ufficiali, sottufficiali e graduati nazionali erano per lo piú volontari, entusiasti e di prova-to valore e gli ascari, portati istintivamente a giudicare i loro comandanti per il comportamento sotto il fuoco e non per il grado, vedendoli esporsi davanti a tutti in com-battimento si esaltavano e li seguivano emulandoli.

 

Lo stesso valore seppero dimostrare i gruppi squadroni combattendo contro le forze inglesi nel corso del 2º conflitto mondiale in cui incontrarono una morte gloriosa an-che molti dei cavalieri di Monte Tigh. ***

Giulio Morigi”

 

“L’articolo dimostra come ancora nel 1938 le forze ribelli erano consistenti. Reparti italiani di elites erano impegnati per il controllo del territorio. Un dato che direttamente dimostra come l’Impero non era stato completamente pacificato.



[1] Morigi G., La carica di Monte Tigh e l’eroico sacrificio del sottotenente di cavalleria Giovanni Thun Hohenstein, M.O.V.M, Etiopia, 28 marzo 1938, in Rivista di Cavalleria, n. 2 del 1988, Carteggio Giulio Morigi.

sabato 10 gennaio 2026

Carte di Giorgio Morigi. Africa. I Parte La Carica di Monte Tigh

 


Giorgio Morigi fu un Combattente d'Africa prima di essere il comandante dei Paracadutisti a Filottrano

Che l’Impero non era stato pacificato lo dimostrano innumerevoli fatti, che dimostrano come la Resistenza etiope, o ribellione, era una realtà seria. Attraverso una ricostruzione sulle base di documentazione di famiglia, si riporta un articolo[1] che offre un quadro, ancorchè locale, della situazione militare.

 

<... la strada spazzata da duecento cavalieri che, lanciati allo sbaraglio, in trenta minuti avevano totalmente cambiato la situazione là dove prima tre battaglioni di fanteria con due batterie di artiglieria avevano difficoltà ad avanzare. Fu battaglia solo di cavalleria, le armi leggere e pesanti non poterono seguire l'andatura degli squadroni, non intervennero quindi nella lotta perchè rimaste lontane. Fu solo il cavallo fu solo lui che dette la gioia della vittoria... (dalla relazione del t.col. Giorgio Morigi, comandante del IV Gruppo Squadroni Cavalleria Coloniale, sulla carica di Monte Tigh).

***

Il 28 marzo 1938 giunge al Comando Superiore FF.AA. di Addis Abeba questo messaggio radio: «Monte Tigh, 29 km. guado Safartac, caduto nostre mani... Eroicamente Caduto testa suo plotone durante ardita carica s.ten. Thun Hoehenstein, feriti s.ten. medico Ortelli e cap. magg. Di Stefano, 11 ascari uccisi, cavalli 20...».

E questa la prima notizia, sulla forma stringata del marconigramma, di una delle cariche più brillanti della nostra cavalleria coloniale che a Monte Tigh, nel Goggiam, risolve con un'azione decisa e travolgente, che assicura alle nostre armi un successo definitivo, la pericolosa situazione in cui si è venuta a trovare l'XIª Brigata coloniale attaccata improvvisamente da una forte formazione nemica. Ne sono protagonisti, al comando del ten. col. Giorgio Morigi, il IV Gruppo Squadroni e il 2º squadrone (cap. Paolo Lombardo di Cumia) del Iº Gruppo, che è di rinforzo al IV° per le operazioni militari nella regione.

 

All'inizio del 1938, nel quadro della campagna predisposta contro la guerriglia che dilaga nei territori in     rivolta, si presenta soprattutto grave la situazione del Goggiam, territorio montagnoso per gran parte circoscritto dal Nilo Azzurro e isolato per la mancanza di vie d'accesso, abitato da una popolazione fiera e ribelle difficilmente governabile in passato anche per i negus.

Il piano d'operazioni del Comando Superiore FF.AA. di Addis Abeba (gen. Ugo Cavallero) prevede l'«ingabbiamento dell'intera regione ed un'azione convergente delle nostre forze provenienti da nord e da sud. Una colonna proveniente da sud, di cui fanno parte anche l'XIª Brigata coloniale ed il IV Gruppo Squadroni, attraversa il Nilo Azzurro su un ponte di barche gettato dal genio a Safartac, ove è stata costituita una testa di ponte fin dal mese di febbraio. Già in questa fase si verificano scontri con raggruppamenti nemici che, annidati nei valloni che scendono al Nilo, tentano di impedire il passaggio alle nostre forze dalla sinistra alla destra del fiume. Alla fine di marzo la colonna si appresta a proseguire verso il nord, seguendo la pista che porta a Debra Marcos, per poi riunirsi alle colonne provenienti dalle altre direzioni. Il mattino del giorno 28 I'XIª Brigata, che si trova in ricognizione, viene improvvisamente attaccata da una forte formazio-ne di oltre mille guerriglieri amhara del noto capo Bellai Zellechè la quale, decisa a sbarrare la strada per Debra Marcos e appostata alle falde del Monte Tigh, una picco-la altura che chiude come una porta naturale l'ingresso da sud-est del Goggiam, immobilizza con un fuoco molto nu-trito le fanterie e l'artiglieria e minaccia di aggirarle.

A pochi chilometri di distanza si trovano gli squadroni che, richiamati da un portaordini a cavallo inviato d'urgenza dal comandante della brigata, accorrono immediatamente compiendo al trotto allungato ed al galoppo il percorso che li separa dal luogo dello scontro.

 

Raggiunte le nostre fanterie, già impegnate in combattimento, gli squadroni non si arrestano ma continua-no sullo slancio al galoppo, che si trasforma in una carica impetuosa, perchè il t. col. Morigi, che si trova in testa al gruppo, si rende subito conto della gravità della situa-zione e della posizione del nemico e decide di attaccarlo senza perdere tempo. Mentre supera in corsa il comandante della brigata, t. col. Lorenzini, che gli sta facendo cenni d'intesa, grida solo un breve ma esplicito “sì, ho capito!” e prosegue. I due ufficiali superiori hanno già combattuto assieme, si stimano reciprocamente e si comprendono al volo. Il comandante della brigata ha un'il-limitata fiducia nel valore degli squadroni e, terminato il combattimento, ancora una volta griderà entusiasmato: “... quando arriva la cavalleria risplende il sole”.

 

Partecipano alla carica, ciascuno alla testa di un drappello di «penne di falco» che galoppano in ordine sparso, il ten. col. Giorgio Morigi, il cap. Paolo Lombardo di Cumia, il tenente Luigi Fiorilli, il tenente Camillo della Noce, il s. tenente medico Ortelli, il s. tenente Giovanni Thun, il serg. magg. Marcello Gattino, il s. tenente Giuseppe Cimino, il serg. magg. Marcello De Franceschi, il serg. magg. Giuseppe Meccheri, il serg. magg. Angelo Giulianelli, il cap. magg. maniscalco Salvatore Germano e il cap. magg. maniscalco Mario Di Stefano.

L'azione è così rapida che il nemico non riesce a concentrare subito tutto il fuoco delle sue armi sui nuovi avversari se non quando se li trova ormai a distanza ravvicinata. Lo scontro è violentissimo. In un groviglio di uomini e di cavalli e nel frastuono degli scoppi, della fucileria, delle urla dei combattenti e dei lamenti dei feriti, il fronte nemico viene travolto in pochi minuti a colpi di bombe a mano, sciabola e pistola, poi la lotta prosegue in tanti combattimenti separati per annientare la resistenza dei ribelli che ancora combattono valorosamente sorgendo all'improvviso e numerosissimi tra le alte erbe della prateria.

 

E a questo punto che il ten. colonnello Morigi scorge un altro nucleo di guerriglieri e, temendo che stia pren-dendo posizione con le armi automatiche, grida ai suoi di seguirlo e muove nella nuova direzione d'attacco. Nella confusione della mischia il s. tenente Thun per primo supera il suo comandante, che è venuto a trovarsi isolato, e investe a sciabolate gli avversari incurante del pericolo mortale a cui si espone. Dopo averne abbattuti due viene infatti a sua volta fulminato da un colpo di moschetto sparatogli a bruciapelo da un terzo nemico. Con il suo sacrificio salva così il comandante del gruppo, che si vede anch'egli già perduto, mentre ormai incalza un drappello di altri cavalieri, tra cui il serg. magg. Gattino, che risolve la situazione. Il suo uccisore viene trafitto dallo scium-basci dello squadrone con il gagliardetto raccolto pochi istanti prima dalle mani del portagagliardetto, caduto per la morte del cavallo.

 

Il nemico è ormai sconfitto e disperso definitivamente. La brigata Lorenzini è salva. La strada per Debra Marcos è aperta. Il successo è completo ed avrà vasta eco ma i cavalieri, estenuati per il durissimo combattimento, non riescono a gioirne perchè la perdita del s. tenente Thun rattrista tutti profondamente. Alto, aitante, signore nei modi e nell'animo, di carattere aperto e cordiale, il giovane ufficiale era infatti benvoluto

 

A distanza di molti anni il maresciallo Germano-che allora faceva parte, col grado di caporal maggiore mani-scalco, del 2º squadrone del 1º gruppo come il s.tenente Thun - ricorda ancora di avergli raccomandato all'inizio della carica di servirsi della pistola e non della sciabola durante l'attacco. L'eroico ufficiale continuò invece a cavalcare sorridente contro la morte brandendo il «kurade», la ricurva sciabola indigena, come un antico cavaliere. Se Egli avesse raccolto l'esortazione del suo subalterno avrebbe forse potuto precedere il nemico che gli sparò da un metro di distanza e si sarebbe salvato. Dopo il combattimento si scoprì infatti che fu colpito solo con l'ultima cartuccia rimasta nell'arma del suo avversario. Lo stesso Germano, che fu tra i primi a chinarsi sul suo corpo senza vita, ricorda che il s.tenente Thun giaceva supino con il volto sereno ed una mano sulla tasca in cui conservava un'immagine sacra ricevuta dalla madre. «Vico», il suo cavallo abissino baio, che era uno dei più veloci ed impetuosi dello squadrone, benchè rimasto «scosso» si era fermato vicino al suo cavaliere caduto quasi a vegliarlo. La salma verrà tumulata nel cimitero cattolico di Addis Abeba. Per un caso crudele del destino la prima notizia della morte del s. ten. Thun giungerà improvvisa al castello avito di Povo di Trento e riporterà solo il cognome del Caduto, rendendo atroce l'incertezza della madre e di tutta la famiglia ignara quale dei due figli combattenti in Etiopia, Giovanni o Sigismondo, sia realmente morto. Poi arriverà la conferma della morte di Giovanni che i particolari della sua eroica condotta in combattimento varranno a rendere meno amara.

 

Giovanni Stanislao Thun era nato a Vienna il 22 dicembre 1913 e discendeva dall'antica e nobile famiglia dei conti S.R.I. di Thun e Hohenstein le cui tradizioni erano legate all'arma di cavalleria. Aveva iniziato la carriera militare come s.ten. di complemento nel rgt. Cavalleggeri di “Vittorio Emanuele”. Volontario in Etiopia, ove l'istinto e l'entusiasmo gli avevano indicato che poteva trovare campo per le sue magnifiche qualità di cavaliere e di soldato, venne destinato al 1º Gruppo Squadroni di Cavalleria Coloniale col quale partecipò alle operazioni militari, distinguendosi subito per il suo valoroso comportamento e meritando una proposta al passaggio in s.p.e. (convertita dopo la morte in medaglia d'argento al V.M.) e una croce di guerra al V.M.

 

Sacrificandosi eroicamente a Monte Tigh il s.ten. Thun diventa un simbolo ed un esempio per tutta la ca-valleria coloniale. Alla sua memoria viene infatti concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare

Giulio Morigi.

( continua  post in data 20 gennaio 2026)

***




[1] Morigi G., La carica di Monte Tigh e l’eroico sacrificio del sottotenente di cavalleria Giovanni Thun Hohenstein, M.O.V.M, Etiopia, 28 marzo 1938, in Rivista di Cavalleria, n. 2 del 1988, Carteggio Giulio Morigi.