La
carica di Tulludintù
Giorgio
Morigi e Dino Buzzati
“Quella
mattina - ed è una storia ormai lontana - quella mattina l'ascari Ghilò aveva
fatto la voce del cane. Da due ore il gruppo marciava in direzione di oriente
verso remote montagne, il sole era opaco e non faceva né caldo né freddo. Gli
ascari avanzavano conducendo a mano i cavalli, giovani uomini atti alle armi.
In testa erano gli ufficiali, poi venivano i soldati neri. Avevano moschetti,
sciaboloni curvi, bombe a mano, mitragliatrici leggere e pesanti, perché era il
tempo che giravano ancora i ribelli..”.
Così
comincia l'articolo sulla carica di Tulludintù che Dino Buzzati scrisse nel
1939 per il Corriere della Sera con il titolo «L'ascari Ghilò, leone». Detto
articolo è compreso nel libro Dino Buzzati - Cronache Terrestri a cura di
Domenico Porzio, Arnoldo Mondadori Editore, quale raccolta di corrispondenze di
guerra ed altri racconti dello scrittore.
Secondo
uno stile del tutto personale, seguito anche in altre sue corrispondenze di
guerra, il giornalista trasforma la cronaca in una specie di favola fuori dal
tempo, senza riferimenti precisi a luoghi, date e persone. D'altra parte non
sarebbe stato possibile pubblicare sulla stampa nazionale nel 1939 (l'articolo
comparve sul Corriere della Sera due mesi dopo i fatti) una corrispondenza da
cui risultava nei particolari la presenza in Etiopia di un'attività di guerriglia
che la propaganda del regime non gradiva fosse nota alla massa degli italiani
nelle sue reali e preoccupanti dimensioni, a più di tre anni dalla
proclamazione dell'Impero. Si capisce così la necessità per Buzzati di inserire
nel suo racconto annotazioni come: «...ed è una storia ormai lontana.... e ...
era il tempo che giravano ancora i ribelli...».
Dunque,
nel luglio 1939, Buzzati, inviato speciale del Corriere della Sera, si trova al
seguito del IV Gruppo Squadroni Cavalleria Coloniale nell'alto Scioa. Ha
conosciuto ad Addis Abeba il ten. colonnello Giorgio Morigi, comandante del
Gruppo, ed ha chiesto di seguirlo nelle opera-zioni militari contro la
guerriglia. Questo episodio della vita di Buzzati come corrispondente di guerra
è poco поto. Lo ricordò Max David sul Corriere della Sera del 25 novembre 1972
in seguito alla pubblicazione, fatta pochi giorni prima sullo stesso giornale,
di un elzeviro di Indro Montanelli sul «comportamento in guerra di Dino
Buzzati.
Nello
Sioa gli «s bergnuoc» (partigiani) amhara hanno ripreso lena infiltrandosi in
tutta la regione, galvanizzati dall'esempio del ras Abebè Aregai, l'astuto ed
ormai leggendario capo della resistenza che, senza cedere alle lusinghe del
governo coloniale, è riuscito a sfuggire a tutti i rastrellamenti tra le
montagne dell'ancoberino tenendo viva la fiamma della ribellione in tutto il
paese, anche se ha visto le sue formazioni sconfitte in molti combattimenti.
Tra
le truppe impiegate dal Comando Superiore FF.AA. contro le forze ribelli, in
una vera e propria guerra, ufficialmente non ammessa dal regime ma che sotto
molti aspetti è più dura, incerta e logorante della campa-gna d'Etiopia,
considerata con ottimismo conclusa nel maggio 1936 con la conquista di Addis
Abeba, vi sono appunto i gruppi squadroni di cavalleria coloniale. Costituiti
da graduati e cavalieri indigeni, detti «penne di falco» (per la caratteristica
penna portata verticalmente sul «tarbusch», il copricapo troncoconico degli
ascari), al comando di ufficiali, sottufficiali e graduati nazionali, i gruppi
si sono dimostrati alla luce dei fatti come l'unità operativa più adatta a
combattere contro la guerriglia. Infatti la loro mobilità anche su terreni
privi di strade, accidentati e resi impraticabili dalla stagione delle piogge,
la celerità degli interventi, l'autonomia logistica e soprattutto l'entusiasmo
e la combattività che ufficiali e sottufficiali di cavalleria sono riusciti a
trasfondere negli ascari, si sono dimostrati fattori determinanti per
contrastare un nemico spesso di molto superiore per numero, sempre più
agguerrito per armamento ed abilissimo nello sfruttare le opportunità di
attacco e sorpresa, di difesa e di ritirata offerta dalle montagne e dalle
dell'altopiano.
Nell'alto
Scioa una delle formazioni più aggressive è una grossa banda di guerriglieri
amhara che minaccia un vasto territorio sia a sud che a nord del tratto
Akaki-Moggio della linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti ed è sempre riuscita a
dileguarsi dopo ogni incursione, evitando scontri in campo aperto. Per
intercettarla il Comando Truppe dello Scioa ha disposto di effettuare un
rastrellamento a largo raggio con reparti di fanteria e cavalleria. Uno di
questi è appunto la colonna di cavalleria Morigi costituita dal IV Gruppo
Squadroni e dalla banda a cavallo “Auasc” della P.A.I., assegnata per
l'occasione al t. colonnello Morigi come rinforzo.
Da un mese con il IV Gruppo c'è anche Dino Buzzati che si sente subito attratto dalla vita avventurosa del reparto di cavalleria che va attraverso il paese come una carovana sempre in movimento, sfidando i pericoli. Lo scrittore sente l'incanto degli spazi aperti dell'altopiano, il raccoglimento degli accampamenti sotto la pioggia e la poesia dei bivacchi vespertini attorno ai fuochi che cementano l'amicizia e suscitano la confidenza degli uomini. Di-venta partecipe dei rapporti schietti e senza formalismi che legano comandante e subalterni e sono ispirati più dalla reciproca stima che dal grado.
Morigi
si è subito preoccupato di migliorare la scarsa pratica di equitazione che ha
Buzzati che, dopo un me-se di «istruzione», è così in grado di affrontare a
cavallo anche le andature più impegnative sul terreno accidentato e reso molle
e scivoloso dalle continue precipitazioni della stagione delle piogge. Ha
inoltre messo a disposizione dello scrittore un fidato attendente a cui ha dato
ordine di seguirlo sempre quando monta a cavallo. L'ascari si chiama Ghilò e
diventerà protagonista ideale del suo racconto.
Giulio
Morigi
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