Giorgio Morigi fu un Combattente d'Africa prima di essere il comandante dei Paracadutisti a Filottrano
Che l’Impero non era stato pacificato lo
dimostrano innumerevoli fatti, che dimostrano come la Resistenza etiope, o
ribellione, era una realtà seria. Attraverso una ricostruzione sulle base di
documentazione di famiglia, si riporta un articolo[1]
che offre un quadro, ancorchè locale, della situazione militare.
<...
la strada spazzata da duecento cavalieri che, lanciati allo sbaraglio, in
trenta minuti avevano totalmente cambiato la situazione là dove prima tre
battaglioni di fanteria con due batterie di artiglieria avevano difficoltà ad
avanzare. Fu battaglia solo di cavalleria, le armi leggere e pesanti non
poterono seguire l'andatura degli squadroni, non intervennero quindi nella
lotta perchè rimaste lontane. Fu solo il cavallo fu solo lui che dette la gioia
della vittoria... (dalla relazione del t.col. Giorgio Morigi, comandante del IV
Gruppo Squadroni Cavalleria Coloniale, sulla carica di Monte Tigh).
***
Il 28
marzo 1938 giunge al Comando Superiore FF.AA. di Addis Abeba questo messaggio
radio: «Monte Tigh, 29 km. guado Safartac, caduto nostre mani... Eroicamente Caduto
testa suo plotone durante ardita carica s.ten. Thun Hoehenstein, feriti s.ten.
medico Ortelli e cap. magg. Di Stefano, 11 ascari uccisi, cavalli 20...».
E
questa la prima notizia, sulla forma stringata del marconigramma, di una delle
cariche più brillanti della nostra cavalleria coloniale che a Monte Tigh, nel
Goggiam, risolve con un'azione decisa e travolgente, che assicura alle nostre
armi un successo definitivo, la pericolosa situazione in cui si è venuta a trovare
l'XIª Brigata coloniale attaccata improvvisamente da una forte formazione
nemica. Ne sono protagonisti, al comando del ten. col. Giorgio Morigi, il IV
Gruppo Squadroni e il 2º squadrone (cap. Paolo Lombardo di Cumia) del Iº
Gruppo, che è di rinforzo al IV° per le operazioni militari nella regione.
All'inizio
del 1938, nel quadro della campagna predisposta contro la guerriglia che dilaga
nei territori in rivolta, si presenta soprattutto grave la
situazione del Goggiam, territorio montagnoso per gran parte circoscritto dal
Nilo Azzurro e isolato per la mancanza di vie d'accesso, abitato da una
popolazione fiera e ribelle difficilmente governabile in passato anche per i
negus.
Il
piano d'operazioni del Comando Superiore FF.AA. di Addis Abeba (gen. Ugo
Cavallero) prevede l'«ingabbiamento dell'intera regione ed un'azione
convergente delle nostre forze provenienti da nord e da sud. Una colonna
proveniente da sud, di cui fanno parte anche l'XIª Brigata coloniale ed il IV
Gruppo Squadroni, attraversa il Nilo Azzurro su un ponte di barche gettato dal
genio a Safartac, ove è stata costituita una testa di ponte fin dal mese di
febbraio. Già in questa fase si verificano scontri con raggruppamenti nemici
che, annidati nei valloni che scendono al Nilo, tentano di impedire il
passaggio alle nostre forze dalla sinistra alla destra del fiume. Alla fine di
marzo la colonna si appresta a proseguire verso il nord, seguendo la pista che
porta a Debra Marcos, per poi riunirsi alle colonne provenienti dalle altre
direzioni. Il mattino del giorno 28 I'XIª Brigata, che si trova in
ricognizione, viene improvvisamente attaccata da una forte formazio-ne di oltre
mille guerriglieri amhara del noto capo Bellai Zellechè la quale, decisa a
sbarrare la strada per Debra Marcos e appostata alle falde del Monte Tigh, una
picco-la altura che chiude come una porta naturale l'ingresso da sud-est del
Goggiam, immobilizza con un fuoco molto nu-trito le fanterie e l'artiglieria e
minaccia di aggirarle.
A pochi
chilometri di distanza si trovano gli squadroni che, richiamati da un
portaordini a cavallo inviato d'urgenza dal comandante della brigata, accorrono
immediatamente compiendo al trotto allungato ed al galoppo il percorso che li
separa dal luogo dello scontro.
Raggiunte
le nostre fanterie, già impegnate in combattimento, gli squadroni non si
arrestano ma continua-no sullo slancio al galoppo, che si trasforma in una
carica impetuosa, perchè il t. col. Morigi, che si trova in testa al gruppo, si
rende subito conto della gravità della situa-zione e della posizione del nemico
e decide di attaccarlo senza perdere tempo. Mentre supera in corsa il comandante
della brigata, t. col. Lorenzini, che gli sta facendo cenni d'intesa, grida
solo un breve ma esplicito “sì, ho capito!” e prosegue. I due ufficiali
superiori hanno già combattuto assieme, si stimano reciprocamente e si
comprendono al volo. Il comandante della brigata ha un'il-limitata fiducia nel
valore degli squadroni e, terminato il combattimento, ancora una volta griderà
entusiasmato: “... quando arriva la cavalleria risplende il sole”.
Partecipano
alla carica, ciascuno alla testa di un drappello di «penne di falco» che
galoppano in ordine sparso, il ten. col. Giorgio Morigi, il cap. Paolo Lombardo
di Cumia, il tenente Luigi Fiorilli, il tenente Camillo della Noce, il s.
tenente medico Ortelli, il s. tenente Giovanni Thun, il serg. magg. Marcello
Gattino, il s. tenente Giuseppe Cimino, il serg. magg. Marcello De Franceschi,
il serg. magg. Giuseppe Meccheri, il serg. magg. Angelo Giulianelli, il cap.
magg. maniscalco Salvatore Germano e il cap. magg. maniscalco Mario Di Stefano.
L'azione
è così rapida che il nemico non riesce a concentrare subito tutto il fuoco
delle sue armi sui nuovi avversari se non quando se li trova ormai a distanza
ravvicinata. Lo scontro è violentissimo. In un groviglio di uomini e di cavalli
e nel frastuono degli scoppi, della fucileria, delle urla dei combattenti e dei
lamenti dei feriti, il fronte nemico viene travolto in pochi minuti a colpi di
bombe a mano, sciabola e pistola, poi la lotta prosegue in tanti combattimenti
separati per annientare la resistenza dei ribelli che ancora combattono
valorosamente sorgendo all'improvviso e numerosissimi tra le alte erbe della
prateria.
E a
questo punto che il ten. colonnello Morigi scorge un altro nucleo di
guerriglieri e, temendo che stia pren-dendo posizione con le armi automatiche,
grida ai suoi di seguirlo e muove nella nuova direzione d'attacco. Nella
confusione della mischia il s. tenente Thun per primo supera il suo comandante,
che è venuto a trovarsi isolato, e investe a sciabolate gli avversari incurante
del pericolo mortale a cui si espone. Dopo averne abbattuti due viene infatti a
sua volta fulminato da un colpo di moschetto sparatogli a bruciapelo da un
terzo nemico. Con il suo sacrificio salva così il comandante del gruppo, che si
vede anch'egli già perduto, mentre ormai incalza un drappello di altri
cavalieri, tra cui il serg. magg. Gattino, che risolve la situazione. Il suo
uccisore viene trafitto dallo scium-basci dello squadrone con il gagliardetto
raccolto pochi istanti prima dalle mani del portagagliardetto, caduto per la
morte del cavallo.
Il
nemico è ormai sconfitto e disperso definitivamente. La brigata Lorenzini è
salva. La strada per Debra Marcos è aperta. Il successo è completo ed avrà
vasta eco ma i cavalieri, estenuati per il durissimo combattimento, non
riescono a gioirne perchè la perdita del s. tenente Thun rattrista tutti
profondamente. Alto, aitante, signore nei modi e nell'animo, di carattere
aperto e cordiale, il giovane ufficiale era infatti benvoluto
A
distanza di molti anni il maresciallo Germano-che allora faceva parte, col
grado di caporal maggiore mani-scalco, del 2º squadrone del 1º gruppo come il
s.tenente Thun - ricorda ancora di avergli raccomandato all'inizio della carica
di servirsi della pistola e non della sciabola durante l'attacco. L'eroico ufficiale
continuò invece a cavalcare sorridente contro la morte brandendo il «kurade»,
la ricurva sciabola indigena, come un antico cavaliere. Se Egli avesse raccolto
l'esortazione del suo subalterno avrebbe forse potuto precedere il nemico che
gli sparò da un metro di distanza e si sarebbe salvato. Dopo il combattimento
si scoprì infatti che fu colpito solo con l'ultima cartuccia rimasta nell'arma
del suo avversario. Lo stesso Germano, che fu tra i primi a chinarsi sul suo
corpo senza vita, ricorda che il s.tenente Thun giaceva supino con il volto
sereno ed una mano sulla tasca in cui conservava un'immagine sacra ricevuta
dalla madre. «Vico», il suo cavallo abissino baio, che era uno dei più veloci
ed impetuosi dello squadrone, benchè rimasto «scosso» si era fermato vicino al
suo cavaliere caduto quasi a vegliarlo. La salma verrà tumulata nel cimitero
cattolico di Addis Abeba. Per un caso crudele del destino la prima notizia
della morte del s. ten. Thun giungerà improvvisa al castello avito di Povo di
Trento e riporterà solo il cognome del Caduto, rendendo atroce l'incertezza
della madre e di tutta la famiglia ignara quale dei due figli combattenti in
Etiopia, Giovanni o Sigismondo, sia realmente morto. Poi arriverà la conferma
della morte di Giovanni che i particolari della sua eroica condotta in
combattimento varranno a rendere meno amara.
Giovanni
Stanislao Thun era nato a Vienna il 22 dicembre 1913 e discendeva dall'antica e
nobile famiglia dei conti S.R.I. di Thun e Hohenstein le cui tradizioni erano
legate all'arma di cavalleria. Aveva iniziato la carriera militare come s.ten.
di complemento nel rgt. Cavalleggeri di “Vittorio Emanuele”. Volontario in
Etiopia, ove l'istinto e l'entusiasmo gli avevano indicato che poteva trovare
campo per le sue magnifiche qualità di cavaliere e di soldato, venne destinato
al 1º Gruppo Squadroni di Cavalleria Coloniale col quale partecipò alle
operazioni militari, distinguendosi subito per il suo valoroso comportamento e
meritando una proposta al passaggio in s.p.e. (convertita dopo la morte in
medaglia d'argento al V.M.) e una croce di guerra al V.M.
Sacrificandosi
eroicamente a Monte Tigh il s.ten. Thun diventa un simbolo ed un esempio per
tutta la ca-valleria coloniale. Alla sua memoria viene infatti concessa la Medaglia
d'Oro al Valor Militare
Giulio Morigi.
( continua post in data 20 gennaio 2026)
***
[1]
Morigi G., La carica di Monte Tigh e l’eroico
sacrificio del sottotenente di cavalleria Giovanni Thun Hohenstein, M.O.V.M, Etiopia,
28 marzo 1938, in Rivista di Cavalleria, n. 2 del 1988, Carteggio Giulio Morigi.
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