I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli

I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli
Bivio per Casteld'Emilio, sotto Paterno: La popolazione civile, in maggioranza femminile in quanto gli uomini erano nascosti applaude al passaggio dei carri polacchi

venerdì 27 aprile 2012

Regno del Sud: il reclutamento 1944

“Non si parte!” : il movimento di renitenza alla leva nel Regno del Sud
Gioconda Bartolotta

Il 23 novembre 1944 viene pubblicato sui quotidiani l’annuncio del bando di “Presentazione alle armi “ per i giovani delle classi dal 1914 al primo scaglione di quella del 1924, rispondente all’esigenza di completare l’organico delle forze impegnate sul campo e che  avrebbe dovuto trovare realizzazione a cominciare dal Lazio e dalla Campania per concludersi in Sicilia. Si trattava in sostanza di continuare nell’azione di ricostituzione dell’esercito, intrapresa dal governo subito dopo il trasferimento a Brindisi, che si era resa necessaria in seguito allo sbandamento dei soldati dopo l’annuncio dell’armistizio[1].
In Sicilia, però, la reazione al provvedimento in questione  non si fece attendere e, sui muri di ogni centro dell’isola, presero a comparire scritte di aperta disapprovazione per lo stesso, cui presto si accompagnò la diffusione di manifesti che sollecitavano a non rispondere al richiamo e nei quali si sottolineava il bisogno, che la Sicilia stessa aveva, di giovani di cui servirsi per ricostruire quanto era andato distrutto e per rifondare su valori nuovi e diversi lo spirito della sua popolazione martoriata dal recente conflitto. Era dunque impensabile, in una situazione del genere, che questi accettassero di buon grado di andare in guerra.

Alla necessità dello Stato di tenere fede agli impegni contratti con gli Alleati, con la quale pure si voleva giustificare il richiamo alle armi, si rispondeva che comunque la nostra era una nazione vinta e che quegli stessi Alleati che ci avrebbero potuto aiutare a ricostruirla “(...) non possono dimenticare - e a ragione - che fra loro e noi c’è un taglio più forte di loro stessi (...) aperto col sangue dei caduti loro in tre anni di guerra“[2]. Considerazione amara e polemica dalla quale pare trasparire una non totale fiducia a proposito del reale atteggiamento che gli Alleati potevano adottare nei nostri confronti.

Di diverso tono il contenuto di un volantino, ritrovato vicino Palermo, diffuso da un gruppo di studenti, nel quale si sottolineava che le condizioni poste con l’armistizio dell’8 settembre erano così indegne per il fiero popolo italiano che questo non avrebbe dovuto legittimarle presentandosi alle armi, essendo unica condizione valida per tornare a combattere che l’Italia venisse riconosciuta come un vero e proprio paese alleato[3].

Un manifesto rinvenuto ad Agrigento poneva l’accento sul fatto che l’Italia - come già era stato annunciato - avrebbe dovuto subire forti perdite territoriali, una volta terminata la guerra, e questa era una prospettiva che - al pari di tante altre - non poteva certa essere considerata come favorevole, ai fini della presentazione alle armi[4].

 Molto forte l’attacco contenuto in un altro manifesto ritrovato, anche questo, a Palermo: “ (...) l’infame nemico di ieri e di sempre ricco di dollari e di sterline ha bisogno di carne da cannone per risparmiare i suoi preziosi soldati. Al solito i vilissimi nostrani che hanno impedito ai valorosi soldati italiani di conquistare la vittoria, vorrebbero mandare a morire per la grandezza dell’America e della Inghilterra la nostra gioventù (...)“.

La matrice politica di quest’appello è più immediatamente individuabile che nei precedenti, leggendosi ad un certo punto “ (...) I fratelli del Nord si accingono a venire a liberarvi. E’ questione di qualche mese e sarà la vera liberazione (...)“[5]. Nel considerare quanto accadde tra il 1944 ed il 1945 in Sicilia non si può infatti sorvolare sul ruolo svolto in proposito dai fascisti che, nel malcontento popolare, speravano di trovare terreno fertile per il progetto di una loro riorganizzazione, ora che il duce, libero e a capo della RSI sostenuta dai tedeschi, aveva ripreso fiato ed annunciava potersi ancora, sul fronte bellico, “ristabilire in un primo tempo l’equilibrio e successivamente la ripresa delle iniziative in mano germanica“[6], il che avrebbe dovuto avere conseguenze facilmente intuibili sulle sorti politiche italiane[7].

Per diverso tempo, la contestazione mantenne un carattere non violento ma, in seguito, degenerò in atti che di pacifico avevano ben poco. Così il  14 dicembre la popolazione insorge a Catania, in risposta all’uccisione di un giovane dimostrante, colpito dal fuoco dei militari[8].

Il “ Tempo “ del 15 dicembre 1944 titola: “Manifestazioni di studenti contro il richiamo alle armi - Molti edifici pubblici tra i quali il Municipio, il Tribunale , e l’Ufficio Leva incendiati “.

L’insurrezione continua fino al giorno successivo, quando esercito e polizia riassumono finalmente il controllo della situazione.

Diversi quotidiani si occuparono di tale episodio sia ricostruendone la dinamica che commentandolo nel merito, seguendo, nel far ciò, una linea comune, ponendo cioè  l’accento su quanto importante fosse in quel momento “la ricostruzione del paese “cui bisognava che tutti contribuissero senza lasciarsi andare a gesti istintivi ed incontrollati[9].

In relazione ai fatti accaduti, il 15 dicembre era intervenuto anche il C.L.N. della provincia che, nell’esprimere tutto il suo sdegno per quanto avvenuto, poneva l’accento sull’operato “(...) degli elementi separatisti in combutta con gli affini superstiti del fascismo (...)” la cui azione era certo tesa a “(...) creare imbarazzi e difficoltà ai movimenti politici ansiosi di lavorare per la ricostruzione materiale e morale del paese (...)“. Si invitava pertanto la popolazione a mantenersi estranea a tali indegni propositi[10].

Il punto sui disordini cittadini viene fatto anche in un articolo de  “L’Unità” – sempre del 15 dicembre – in un trafiletto del quale si riporta un comunicato diramato dall’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio che “(…) deplora il tentativo di sabotare la guerra liberatrice, tanto più esecrabile ove si consideri che nel resto d’Italia l’arruolamento procede regolarmente e che nelle regioni ancora occupate i patrioti offrono spontaneamente il loro contributo di sangue e di martirio nell’impari lotta contro il nemico (…)” e che si conclude con un appello alla “(…) generosa popolazione siciliana perché, raccolta nelle sue organizzazioni politiche e sindacali, collabori con le pubbliche autorità per mantenere nell’isola le nobili tradizioni di solidarietà nazionale (…)”[11].

Nello stesso periodo violenti scontri si ebbero anche in altre zone dell’isola, nonostante l’Alto Commissario per la Sicilia - nel tentativo di prevenire ulteriori disordini - avesse disposto il divieto di riunione e di assembramento nei luoghi pubblici[12] e presto la rivolta popolare si estese a ben cinque province dell’isola.

Uno dei luoghi più “caldi” fu certamente Ragusa, dove, dopo l’arrivo delle prime cartoline di richiamo, la popolazione venne chiamata ad una riunione e si procedette ad istituire un comitato che elaborasse un piano di azione. Tra i motivi che spingevano i richiamati ragusani a non presentarsi alle armi era di non poco conto il fatto che molti di loro avevano in precedenza militato nelle fila degli armati della RSI - anzi Ragusa, per la resistenza opposta al governo, sembra essersi meritata la medaglia d’oro della Repubblica di Salò[13] - e pertanto, ora, ritenevano di non poter rispondere ad una “(...) assurda e mostruosa chiamata, che doveva schierarli contro quegli stessi uomini con i quali avevano condiviso le ansie, le trepidazioni, i dolori e le sofferenze di una guerra che assieme avevano voluto e combattuto (...)”. Anche in questo caso l’esito era scontato, grazie all’intervento repentino ed efficace delle forze di polizia. La città fu  riconsegnata all’ordine e  si avviò subito il rastrellamento dei quartieri nei quali aveva avuto origine la sommossa, tra cui quello divenuto famoso de  “I mastri dei carretti” che era stato  “(...) il primo a sentire il grido dei Non si parte (...)”[14]. L’operazione si concluse con l’arresto di molti dei protagonisti dei moti e con il loro invio al confino nell’isola di Ustica, che poterono abbandonare solo nel luglio 1946 in seguito all’amnistia disposta dalla Repubblica[15].

 A dicembre anche Palermo insorge. La sommossa palermitana aveva, però, avuto un drammatico precedente nella strage del 19 ottobre 1944, quando i soldati – pure in seguito ad una aggressione di cui vennero fatti oggetto – spararono sulla folla che manifestava contro il carovita in contemporanea con lo sciopero degli impiegati comunali. Due mesi dopo, il 15 dicembre 1944, studenti universitari manifestarono contro il richiamo alle armi, contestazione che venne subito negativamente giudicata e dal C.L.N. e dalla locale sezione del Movimento Giovanile Comunista[16].

A leggere però il numero del “ Popolo “ del giorno successivo sembra che la sommossa di Palermo - anch’essa inevitabilmente degenerata in fatti di sangue - si sia distinta da quella di Catania per aver avuto, quest’ultima, un carattere più politico - la reazione contraria ai richiami, appunto- che non la prima, per lo scoppio della quale decisiva sarebbe stata “(...) la fame, dovuta al prezzo governativo del pane (...)”[17].

Lo stesso articolista afferma inoltre che di una tale situazione avrebbero approfittato tanto i fascisti quanto i separatisti, per favorire i loro reciproci e, in certi casi, convergenti interessi, sobillando la pubblica opinione e spronando il popolo alla rivolta.



Il ruolo del separatismo



Tra i separatisti c’erano delle componenti il cui primario intento era quello di non consentire lo sviluppo ulteriore dei partiti impegnati nella guerra che si facevano portatori di istanze popolari e che così grande consenso erano già riusciti a conseguire tra le masse.

Nel movimento separatista – che sembra, però, fosse riuscito a trovare sostenitori anche fra gli studenti, “(…) per un malinteso spirito di orgoglio regionale”[18] - militavano infatti per lo più elementi della grande borghesia agraria, la cui preoccupazione principale era la difesa del diritto di proprietà[19] il che, evidentemente, li rendeva “nemici naturali“ del partito comunista  che tanta parte ricopriva nella guerra di liberazione - e che in Sicilia era il più grande partito di massa[20] - lasciando così supporre che , una volta che il governo dell’Italia liberata fosse riuscito ad estendere la sua giurisdizione sul resto del paese, questo si sarebbe visto riconosciuto il contributo a ciò fornito con  “ricompense “ di natura politica[21].

Col nuovo Alto Commissario per la Sicilia, Aldisio - che sostituiva l’ex Prefetto di Palermo, Francesco Musotto, che della stessa  carica era stato in precedenza investito su decisione degli Alleati[22] e che si distingueva dal primo per le sue simpatie socialiste[23] - era giunta al potere la Democrazia Cristiana il che si ritenne potesse aprire delle strade ad un’azione anticomunista svolta, come dice La Morsa, “dall’interno attraverso azioni più o meno indirette“[24]. In tal modo, offrendo ai grandi proprietari una garanzia al mantenimento del proprio status economico - il che aveva una valenza politica rilevantissima, dato chepermetteva di incanalare e di controllare le tendenze eversive che questi, con la loro presenza nel movimento separatista, sembravano sostenere - si rendeva possibile adottare, ora, nei confronti del separatismo una politica di opposizione  più decisa e severa rispetto a quanto non si fosse potuto fare con Musotto il quale - per ovvie ragioni politiche - non poteva che mostrarsi disponibile ad una azione cauta e di compromesso[25].  Sul tema del separatismo interviene in quei giorni la “Voce Repubblicana“ che nel precisare come “(...) il nome stesso del movimento separatista è un errore, tanto più grave perchè per molti è un equivoco (...)“, ridimensiona - o almeno tenta di farlo - il carattere di estremismo per cui il movimento si era distinto.

L’autore dell’articolo in proposito sostiene che il sentimento diffuso nell’isola è quello repubblicano, non volendo più la Sicilia sentire parlare di Savoia e di monarchia, chè le ricordano una gestione accentratrice e  “coloniale “, un regime ed una guerra che le ha portato solo lutti.

Era da questa istituzione, deludente e poco responsabile, che ci si doveva allontanare  e non dall’Italia.

E’ certo, comunque, che il Governo dell’Italia liberata prese atto dell’insofferenza che cresceva nell’isola a riguardo e dell’esigenza, che andava facendosi sempre più sentita, di affidarne l’amministrazione non più ad autorità a tale scopo inviate in Sicilia in rappresentanza dello Stato centrale ma a personale del luogo che, della propria terra, conoscesse tutte le ricchezze, i problemi e le potenzialità[26]. Per quanto riguarda nello specifico il movimento separatista propriamente inteso, è certo che i suoi membri agirono da protagonisti nelle vicende successive al richiamo alle armi, addirittura traendo dalle sollevazioni popolari  tanto di quel vigore che si impegnarono nella loro causa fino ad arrivare al punto di poter da lì a poco - queste le voci che circolavano - giungere a proclamare l’indipendenza dell’isola[27].



Le repubbliche del 1944 – 45. La Repubblica di Comiso



Così a Comiso, dove sembrava che i tempi fossero ormai maturi perchè si potesse realizzare il progetto - preparato già da tempo - dell’on. La Rosa che aveva cercato e trovato l’appoggio dei separatisti del luogo per far partire, non appena ci fosse stato il richiamo alle armi, una rivolta che si sarebbe poi dovuta estendere al resto della Sicilia.

E così nel dicembre del 1944,  gli studenti del paese, ricevuta la cartolina di richiamo, iniziarono una protesta nella quale subito coinvolsero il resto della popolazione che prese a guardare ad essi come a dei “benemeriti “.

 Vennero organizzati comizi e dimostrazioni in cui i giovani intervenivano facendosi portatori del sentimento di delusione che tanti aveva assalito al momento dell’annuncio, da parte del Governo, del cambiamento di fronte. Ed ora finalmente, anche per quanti ritenevano che i morti amaramente pianti, la fame e gli stenti giustificassero la protesta molto più di qualunque scelta politica - per quanto non condivisibile essa fosse - era arrivato il tempo di ergersi contro chi a quelle durissime condizioni di vita li voleva ulteriormente costringere, piuttosto che agire concretamente per porvi rimedio.

Fu anzi addirittura necessario che gli studenti, ritenendo che non fosse ancora il momento giusto, placassero gli animi di tutti quelli che, esasperati, avrebbero voluto subito ricorrere alla forza.

Niente fu lasciato al caso. Si procedette a rifornire gli uomini di tutte le armi, di ogni specie, che fu possibile rastrellare, “(...) la città fu divisa in zone e gli uomini inquadrati nelle squadre cittadine che dovevano controllare tutta l’attività e costituire l’esercito permanente della Repubblica di Comiso (...)“[28].

Venne istituito un “ Comitato del Popolo” che dichiarò decaduta l’autorità dello Stato e costituita, di contro, la Repubblica di Comiso alla quale sembra che Mussolini avrebbe conferito la medaglia d’argento della RSI[29].

Per diversi giorni i comisani riuscirono a respingere tutti i tentativi fatti dai militari di riconquistare le loro posizioni e ripristinare l’ordine pubblico nel paese. Tutto questo sarebbe costato ai ribelli morti e feriti ma ciò non li fece desistere dall’intento di impedire il rientro ai “(...) soldati di un Governo che aveva prostituito il Paese allo Straniero (...)“[30] tanto più che si sperava, sempre stando alla ricostruzione fornita da Cilia, in un repentino intervento delle forze del Nord .

Arrivò tuttavia il momento della resa. La prospettiva di vedere il paese raso al suolo, come era stato minacciato, costrinse i comisani a considerare più oculatamente il da farsi. Venne costituito pertanto un comitato parlamentare che avrebbe dovuto  “(...) trattare un armistizio dignitoso e giusto (...)“. Non fu tuttavia possibile realizzare tale proposito ponendo la controparte, come unica condizione alla rinuncia a rappresaglia nei confronti della popolazione, l’accettazione della resa incondizionata.

Nel pomeriggio del 10 gennaio le forze governative rientrarono a Comiso[31], senza peraltro che agli abitanti venisse risparmiata - come pure era stato promesso - una violenta persecuzione che portò in carcere la gran parte di quanti avevano partecipato ai moti e costrinse molti giovani a presentarsi alle armi[32].



La Repubblica Popolare di Piana degli Albanesi
 Anche a Piana degli Albanesi, il 31 dicembre del 1944, era stata proclamata la “Repubblica Popolare”[33] ad opera di Giacomino Petrotta che, nella neo-proclamata repubblica, si avvalse anche dell’ accondiscendenza del Sindaco - che conservò la sua carica perchè favorevole al nuovo assetto istituzionale che era venuto configurandosi - per il compimento di alcuni atti di chiara ingerenza nella pubblica amministrazione e che si sostanziarono, ad esempio, nell’impedire oltre l’espletamento delle proprie funzioni a quanti non erano graditi specie  per la loro precedente militanza fascista.
Tutto ciò fino alla fine di febbraio del 1945 quando, con l’arrivo in forza dei militari, l’ordine pubblico venne ristabilito e la repubblica soppressa[34]. Pure, in quei cinquanta giorni l’esperienza repubblicana venne compiutamente realizzata perchè “(…) le masse sono armate, il medio ceto è legato più o meno di propria volontà agli obiettivi egemonici del popolo, perché è impedita la leva militare e resa realmente obbligatoria per gli agrari la consegna del grano ai magazzini popolari a favore delle masse più povere ed affamate (…)”[35].
 

Le conseguenze della mancata risposta al richiamo e i problemi posti nel caso di presentazione alle armi.
Questa dunque la situazione in Sicilia,   fra il 1944 ed il 1945.
Ma l’ondata di contestazione al provvedimento di richiamo investì tutte le zone della penisola che da esso furono interessate e, di ciò, dovettero prendere atto le autorità competenti investite del compito di presiedere alla presentazione alle armi.

Nei rapporti inviati dalle Regie Prefetture al governo si documenta con precisione  questo stato di cose sottolineando anche che la mancata risposta all’appello ben si comprendeva, ”(...) essendo facilmente intuibili gli ulteriori sacrifici cui andrebbe incontro il popolo con una più larga partecipazione alla guerra, mentre assai deboli sono le illusioni di effettivi benefici, basate solo su promesse rimaste aleatorie, non essendo ancora stato assunto dagli Alleati nessun preciso impegno al riguardo (...)”[36]. E’ da sottolineare inoltre  che la resistenza opposta al richiamo alle armi poteva finire coll’arrecare un danno all’immagine dell’Italia, già duramente penalizzata nella partecipazione alle operazioni di guerra, “(…) nella considerazione degli Alleati”[37].

La mancata affluenza di grandissima parte dei richiamati rappresentava, tuttavia, un enorme perdita , in termini di potenziale, per l’esercito tanto che il Ministero della Guerra si vide costretto, ai primi di gennaio del 1945, a ripresentare il bando, stabilire nuovi termini per la presentazione e promettere che non si sarebbe dato corso ad alcun procedimento penale per quanti non avevano ancora risposto al richiamo purchè, ovviamente, decidessero di farlo allora[38].

La  nuova chiamata del gennaio 1945 riguardò anche il secondo scaglione della classe 1924 ed il primo di quella 1925 - ultima classe utile per la leva-  nel  tentativo di rimediare alla scarsa affluenza in precedenza registrata.

Ma ancora una volta non si ottennero i risultati sperati tanto che, nel febbraio dello stesso anno, un generale dello Stato Maggiore auspicava, per porre finalmente riparo a questa situazione, il ricorso a soluzioni drastiche che avrebbero dovuto colpire direttamente la massa dei richiamati distogliendoli dal proposito, eventualmente maturato, di opporre resistenza al provvedimento prospettando loro, come conseguenze di tale malaugurata decisione, la cancellazione dalle liste politiche o l’eliminazione dagli studi.

C’erano però anche problemi di altro genere da affrontare, che riguardavano quanti, invece, ai bandi di richiamo decidevano di rispondere, presentandosi così ai distretti.

Da alcuni telegrammi, inviati nel febbraio 1945 alle autorità competenti dall’Alto Commissario Aldisio, si desume che il trattamento ad essi riservato nei campi di raccolta non era certo tale da confermarli nella scelta fatta né, tantomeno, tale da poter incentivare altri richiamati a partire, in tal modo ponendo, evidentemente, nel nulla gli sforzi operati dalle autorità civili e militari in questa direzione.

Così, ad esempio, il 27 gennaio 1945 “(...) disertarono dal campo affluenza Afragola - nel quale i volontari si trovavano in pessime condizioni: il campo era allagato e loro non erano neanche stati forniti dei necessari “indumenti militari”- circa mille richiamati siciliani su milleduecento colà affluiti dal 15 gennaio detto (...)”[39].

Era naturale, dunque, che Aldisio avvertisse la necessità - testimoniata dalla qualifica di “precedenza assoluta su tutte le precedenze assolute” al telegramma da lui in proposito inviato - di informare chi di dovere su quanto stava accadendo, chiedendo un intervento immediato perché “(...) incidenti simili siano evitati curando affettuosamente i richiamati (...)”[40].

Conclusioni
Il quadro che emerge dall’analisi delle vicende registratesi in Sicilia tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, non sembra essere minimamente rispondente all’idea, che generalmente si è abituati a condividere, di un movimento resistenziale che ha visto impegnati sul fronte della lotta contro il nazifascismo  tutte le forze “vive e sane” del nostro paese e a cui sarebbe stato dato un sostanziale apporto dalle masse popolari, spontaneamente impegnatesi nella lotta contro il tedesco invasore e nell’estirpazione della “mala pianta” del fascismo. L’Italia dell’ultimo anno di guerra fu, invece, anche il Paese dei renitenti alla leva, delle donne pronte a sfidare le autorità per impedire la partenza per il fronte dei loro figli e dei loro compagni, di quanti vivevano la frustrazione conseguente alle misere condizioni di vita cui erano costretti, di quanti si mantennero estranei all’attivismo politico,  perché ormai convinti dell’inutilità di continuare a riporre fiducia in coloro che si proponevano per l’amministrazione della cosa pubblica, ogni volta promettendo risposta alle istanze più urgenti dell’isola che restavano però sistematicamente irrisolte, di quanti, invece, alla vita politica parteciparono in prima persona, tentando però la via delle Repubbliche popolari in polemica – e a volte violenta – replica all’immobilismo delle autorità competenti. Tutto ciò a riprova dell’esistenza di una situazione diversa da quella largamente propagandata e che però, non per questo, sembra essere meno attendibile pur essendo meno eroica e  meno adatta alla costruzione del mito della partecipazione di massa per la rinascita del Paese alla vita democratica.

Le motivazioni con cui si giustificava la renitenza alla leva erano  principalmente  di carattere pratico, mentre ruolo minore sembrano aver avuto quelle di carattere essenzialmente politico ed ideologico. In tali condizioni non sembra possibile considerare disonorevole la decisione di anteporre le preoccupazioni quotidiane,  gli affetti e gli interessi personali al dovere  di continuare a combattere. Quella in cui fino ad allora ci si era impegnati era stata una guerra che aveva arrecato solo lutti e miserie, e sul prosieguo della quale non si era autorizzati a nutrire speranze di positivi esiti.

La volontà di proporre, come alternativa alla continuazione della guerra stessa, l’impegno per la ricostruzione civile ed economica della propria terra era lì a testimoniare il dinamismo e non l’inerzia, la determinazione e non la mancanza di volontà di quanti ritenevano fosse giunta l’ora di offrirle, finalmente, nuove opportunità.





[1] Con tale provvedimento sarebbero così stati chiamati ad indossare l’uniforme e quanti avevano abbandonato i loro reparti dopo l’8 settembre e quanti erano riusciti, durante la guerra, a non prestare servizio[1], tra cui i giovani fino ai 26 anni, impegnati negli studi universitari, ai quali il regime aveva concesso l’esonero, previsto, in conseguenza delle leggi razziali, anche per i cittadini di razza ebraica, per i quali però lo stesso era stato abrogato già dal marzo del 1944 mentre, tra gli studenti, solo per quelli di medicina, farmacia e veterinaria era stato  confermato il rinvio. Cfr. Enzo Forcella, Un altro dopoguerra, premessa al testo di Maria Occhipinti, Una donna di Ragusa, Feltrinelli ed. Milano 1976, pp. 6-12.
[2] Cfr. “Appello alla gioventù siciliana”, rinvenuto ad Enna, in ACS, Min. Int. DGPS 1930 – 55, b. 191, f. “Enna”.
[3] Cfr. Copia manifestino volante rinvenuto abitato Collesano ( Palermo) ,” Ai giovani delle classi dal 1914 al 1924”, allegato a Leg. Territ. CCRR Palermo, sezione di….., 21 dicembre 1944, 53/10 – 4 prot. in ACS, Min. Int. 1930 – 55, b. 191, F. “Palermo”.
[4] Cfr. Copia di un manifesto rinvenuto ad Agrigento, allegato a Regia Prefettura Agrigento, 28 dicembre 1944, Gab. 4633 in ACS, Min Int. Gab. 1944 – 46, pacco 199, f. 180.
[5]    Cfr. “Giovani delle classi dal 1914 al 1924”, rinvenuto il 26 novembre 1944 a Palermo, allegato a Sezione Territoriale dei CCRR Palermo, compagnia Pa interna, 16 novembre 1944, 49/8 prot. in ACS, Min. Int. 1930 – 55, b. 191, f. “ Palermo”.
[6]    Cfr. G. Conti, Giuseppe Conti, La Rsi e l’attività del del fascismo clandestino nell’Italia liberata dal settembre 1943 all’aprile 1945, in Storia contemporanea, n. 4/5, ottobre 1979,op. cit., p. 989.
[7] L’attenzione che il Nord dell’Italia - in contrasto con la quasi indifferenza mostrata dal governo del Sud per la RSI -  pose alle sorti del resto del paese, “invaso” dalle truppe Anglo-americane, assunse un duplice aspetto.
 Si manifestò in forma clandestina, ad esempio inviando aiuti economici ed istruzioni per sabotare le truppe alleate ai gruppi fascisti operanti in zona e si  palesò inoltre in forma ufficiale, con articoli sui giornali della RSI e comunicati radio nei quali si dava notizia delle misere condizioni di vita delle popolazioni, dell’infelice azione di governo degli Alleati, delle violenze compiute dalle loro truppe e dei danni cagionati agli abitanti delle zone in cui erano penetrati, della renitenza dei giovani di fronte al richiamo alle armi. Insieme a quelle vere però, molto spesso venivano diffuse anche notizie del tutto false, per lo più relative a gesta eroiche compiute dagli uomini del Sud per il loro riscatto dagli invasori, operazione che, volendo mostrare come il fascismo, nell’Italia meridionale, fosse ancora molto radicato, serviva a “ tener alto il morale della pubblica opinione della RSI “[7]. Non è tuttavia facile stabilire, come sottolinea G. Conti, quale fosse il vero scopo che le autorità del Nord, adottando gli atteggiamenti descritti nei confronti dei “Fratelli del Sud “, si proponevano di raggiungere. Se cioè queste volevano creare un movimento che potesse in seguito trasformarsi in una rivoluzione per il ripristino delle passate condizioni sociali e politiche o se, più semplicemente, si trattava di una strategia atta a far sì che gli Alleati ed il governo del Sud, dovendo occuparsi dei problemi di ordine pubblico che così venivano inevitabilmente a crearsi, “ fossero costretti ad allentare la pressione militare in prima linea “. Cfr. G.Conti, op.cit,  p.994.
[8]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 13.
[9]    Cfr. “Catania” in “Unione Sarda”, 24 dicembre 1944.
[10]    Cfr. Manifesto del C.L.N. della provincia di Catania, in ACS, Min.Int. DGPS 1930 – 55, b. 191, f. “Catania”.
[11] A conclusione di un articolo di una settimana prima , su “L’Unità” si era comunque sottolineata l’inutilità del ricorso ai soli mezzi repressivi in caso di sommosse essendo necessario, al fine di escludere del tutto la possibilità del ripetersi di tali episodi, porre in discussione e trovare una soluzione ai problemi dell’isola. Tra questi, di primaria importanza era sicuramente quello alimentare. Su quest’ultimo tema è ancora “L’Unità” ad intervenire , il 20 dicembre, riportando stralci di un articolo della “Voce Comunista” di Palermo nel quale si fa riferimento al “(…) problema gravissimo del rialzo dei prezzi e del conseguente carovita nell’isola[11], sostenendo la necessità che le autorità siciliane senza incertezze né debolezze spezzino la criminosa trama di persone che oltre al loro profitto immediato perseguono lo scopo politico di disgregare e rovinare la Sicilia, suscitando odi e diffidenza tra una provincia e l’altra, fra la campagna e la città, rompendo la solidarietà tra gli operai e contadini, esasperando i ceti impiegatizi ed i piccoli professionisti e rendono impossibile quella politica di unità nazionale e di unità delle forze popolari, democratiche e progressive della Sicilia che trovano la loro espressione nel C.L.N (…)”.
[12]    Cfr. “Dimostrazioni studentesche a Palermo e nuovi disordini in provincia di Catania”, in “Risorgimento Liberale”, 17 dicembre 1944.
[13] Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 16, nota 13.
[14] Cfr. Salvatore Cilia, Non si parte (1944-45), Ragusa 1954,  p. 65.   
[15] Sinora abbiamo posto l’accento sulla propaganda fascista, ma in realtà, fu rilevante la fattiva partecipazione ai moti anche di quella parte del popolo di forti tradizioni socialiste. Questa  verrà messa in evidenza, anni dopo, da un deputato comunista all’Assemblea regionale siciliana, Giacomo Cagnes, che ricorderà come, durante i fatti di Comiso, lo stesso tentativo di  Girolamo Li Causi, uno dei capi comunisti più noti, di sopire la volontà insurrezionale dei comisani convincendoli della necessità di rispondere al richiamo, sia da questi stato accolto con stupore, non riuscendo essi a comprendere come una richiesta di tal genere potesse procedere proprio da lui, che più di altri avrebbe dovuto mostrarsi sensibile ai loro stenti e non certo spronarli ad andare incontro ad ulteriori sacrifici ( Li Causi intervenne con gli stessi propositi anche a Ragusa ). Cagnes ridimensionerà inoltre il ruolo svolto dalle componenti fasciste e separatiste prive, secondo lui, e di una valida struttura organizzativa e di forza sufficiente per venire allo scoperto.  Cfr. E. Forcella, op. cit., pp.16-17.

[16]    Cfr. “Le agitazioni di Palermo deplorate dal C.L.N.” in “Voce Repubblicana”, 17 dicembre 1944.
[17]    Secondo altre fonti sia i moti di Palermo che quelli di Catania avrebbero avuto come causa scatenante la fame, nonché le dure condizioni lavorative e salariali, mentre si qualifica come più prettamente politica la rivolta di Ragusa. Cfr. “Dal Corriere della sera 18 gennaio 1945”  in
S. Cilia, op. cit., p. 37.
[18]   Cfr. Elena Aga – Rossi, l’Italia nella sconfitta. Politica interna e situazione internazionale   durante la seconda guerra mondiale, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1985,, p.318.
[19]    Cfr. Renato La Morsa, “Cronachetta Siciliana”, “Società”, n. 4, 1945, p. 81.
[20]    Cfr. R. La Morsa, op. cit., p. 84.
[21] Tra militanti separatisti e comunisti non mancarono pertanto accesi scontri che sfociarono anche in episodi violenti. Ma gli interessi economici dei grandi proprietari sembrarono ad un certo punto poter essere tutelati con  la nomina alla carica di Alto Commissario di Aldisio, disposta dal governo dell’Italia liberata dopo che ad esso venne restituita dagli Anglo-americani l’amministrazione dell’isola. Cfr. E. Forcella, op. cit., p.10.
[22]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 11.
[23]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p.11.
[24]    Cfr. R. La Morsa, op. cit., p. 81.
[25]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 11.
[26] Ad attestare l’intento di rispondere a queste crescenti richieste intervenne la decisione di conferire all’Alto Commissario Aldisio, che si adoperò perchè venissero mossi passi avanti in questa direzione,  il potere di apportare modifiche alle leggi ed ai decreti-legge emanati al centro perchè - qualora se ne ravvisasse la necessità - risultassero il più possibile rispondenti alle problematiche peculiari dell’isola al fine di favorirne in particolare lo sviluppo economico. Vennero ampliate anche le attribuzioni della Consulta, istituita nel marzo 1945 così che questa e l’istituto dell’Alto Commissariato, si potevano ora considerare validi strumenti per intraprendere la strada dell’autonomia amministrativa. Tale tema continuò ad occupare la scena politica ancora dopo la liberazione.
[27]    Cfr. Filippo Gaia, L’esercito della lupara, Area ed., Milano 1962, p. 175.
[28]    Cfr. S. Cilia, op. cit., p. 77.
[29]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p.16, nota 13.
[30]    Cfr. S. Cilia, op. cit., p. 85.
[31]   Cfr.  anche F. Gaia, op. cit., p. 179; Salvo Di Matteo, Anni Roventi – La Sicilia dal 1943 al 1945, Denaro ed., Palermo 1967, p. 334.
[32]    Cfr. S. Cilia, op. cit., pp. 95 – 96.
[33] Ad opera di Giacomino Petrotta, un piccolo proprietario conduttore rurale, antimilitarista, iscritto al PCI dal quale prese le distanze quando i suoi dirigenti decisero per l’intervento nella guerra di Liberazione nonché per avere il partito dimenticato la sua dimensione di classe, mostrandosi favorevole ad un’alleanza con “(…) i borghesi ex fascisti”. Stanco dei sacrifici cui il conflitto mondiale lo aveva fin ad allora costretto, approfittò di un episodio verificatosi in paese - un furto nei  “ granai del popolo “ messo a segno da un carabiniere - per indirizzare lo scontento popolare verso azioni estreme. Cfr. Testimonianze da una repubblica contadina. Giacomino Petrotta ed i giovani di Piana dagli Albanesi, a cura di Angela Lanza, Centofiori ed., Palermo 1975, p.9.
[34]    Cfr. S. Di Matteo, op. cit., pp. 334 – 336.
[35]   Cfr. Testimonianze da una repubblica contadina, op. cit., p.11. Volendo fare una valutazione di quanto accadde a Comiso e a Piana degli Albanesi, dalla documentazione di cui disponiamo sembra però potersi validamente affermare che tanto l’una quanto l’altra “repubblica” si inseriscono all’interno di un vasto movimento di rivendicazione di matrice contadina la quale ebbe sicuramente maggior gioco nella loro costituzione che non quella fascista o separatista. Le istanze di cui il suddetto movimento si fa interprete sono quelle tradizionali della vessazione operata dai grandi proprietari terrieri che costringono i contadini a disagiate condizioni di vita, ma – dato il particolare momento che sta attraversando il paese – la domanda di giustizia sociale che si alza dal popolo si qualifica anche per essere strettamente legata al problema della continuazione della guerra.   Li Causi, intervenendo sulla contestazione avutasi in Sicilia sin dall’indomani della pubblicazione della nota di Presentazione alle Armi, pur condannandola non può esimersi dal fornirne una spiegazione:
 “Appena gli Alleati sono sbarcati, appena hanno occupato l’intera isola, per le labbra e per le menti di tutti è corsa la stessa frase, è allignato lo stesso pensiero: la guerra è finita per noi. La guerra non ci riguarda più. Finalmente si può respirare[35]. Come si poteva ragionevolmente sperare dunque che le masse rispondessero ad una appello dal cui accoglimento erano certe che nulla sarebbe loro venuto che non fossero altra miseria ed ad altri lutti? Cfr. Francesco Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Sellerio ed., Palermo 1984 –vol.3, Dall’occupazione militare alleata al centro sinistra – 1987, pp. 161-164.
[36]   Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 21.
 [37]    Il disinteresse mostrato per la vita politica del paese non poteva non influire sui partiti che la  animavano i quali ,“(…) non essendosi ancora la coscienza popolare orientata verso un determinato ideale politico (…)”, non potevano sentirsi sufficientemente sostenuti nelle proposte da loro avanzate nel tentativo  di fornire una valida risposta ai problemi posti “(…) dalle attuali condizioni politico – economiche (…)”. Cfr. Elena Aga – Rossi, op. cit., pp. 329 – 330 e p. 341.
[38] Tale impegno va considerato tenendo presente quanto era stato disposto invece in seguito al primo bando di richiamo, datato 4 ottobre 1943, nel quale era stato previsto che il militare sbandatosi in conseguenza dei fatti dell’8 settembre e che non si fosse costituito all’autorità militare italiana subito o entro il tempo massimo di 5 giorni dall’occupazione, da parte di forze italiane o alleate, del territorio nel quale il suddetto soldato si trovava, sarebbe stato considerato disertore e pertanto punibile con reclusione militare per un  periodo di tempo non inferiore a 5 anni, secondo quanto previsto dall’ art. 146 del c.p.m.g., pena che - si aggiunge nel bando - si sarebbe potuta aumentare da un terzo alla metà.
 Tuttavia va ricordato in proposito l’esplicita richiesta degli Alleati di riservare a quanti, accogliendo il loro appello, avevano deciso di disertare nel periodo 10 luglio – 8 settembre 1943, un trattamento diverso da quello destinato, invece, a coloro che  avevano fatto sì la stessa scelta ma dopo l’8 settembre e per i quali non fu prevista alcuna indulgenza Per tanto i provvedimenti che avrebbero dovuto essere presi nei confronti degli “assenti dal servizio” , dovevano assumere “forme meno gravi” per quanti “(…) avevano commesso reati fino alla diserzione (…) nel periodo 10 luglio – 8 settembre 1943 “ ai quali venivano affiancati anche “ coloro che nel periodo 10 giugno 1940 – 10 luglio 1943 si erano resi colpevoli di reati che avevano come movente l’avversione al regime e alle sue istituzioni”. Il capo di Stato maggiore generale maresciallo Messe non potè non considerare questo stato di cose e pertanto sollecitò una larga applicazione di provvedimenti di clemenza – dai quali vennero però esclusi gli ufficiali e i sottufficiali di carriera -  nelle forme della “(…) archiviazione, sospensione del giudizio, revoca dell’azione penale e, quando il giudizio era stato emesso, della grazia (…)”.  Si ritenne altresì opportuno, però, procedere ad una selezione accurata dei casi all’attenzione delle autorità competenti per evitare di conferire al provvedimento “(…) un carattere di sanatoria indiscriminata (…)”  e ciò per rispondere ad esigenze di giustizia nei confronti di chi non aveva mai smesso di compiere il proprio dovere ed evitare così il rischio di “(…) distruggere definitivamente i già tenui legami disciplinari che tenevano in piedi l’esercito italiano (…)”. In seguito però sulla sorte degli appartenenti alle forze armate che avevano arbitrariamente smesso di prestare servizio nel periodo fra il 10 luglio e l’8 settembre, intervenne un accordo tra Badoglio e il generale Mason-Mac Farlane, capo della Commissione Alleata di Controllo, siglato il 9 maggio 1944, con il quale si disponeva che gli stessi “ andassero esenti da pena” , dando così al provvedimento di indulgenza quel carattere generalizzato con cui fino ad allora si era evitato di connotarlo. Cfr. G. Conti,  L’Esercito Italiano nel Regno del Sud. La difficile ripresa, in……,p.366 – 367.  Vale prendere in considerazione anche quella che fu la sorte degli i “assenti dal servizio” ancora dopo la fine della guerra.
In data 19 marzo 1946 venne emanato un decreto che convertiva la pena di morte e/o la detenzione, per costoro prevista, in 5 anni di carcere militare. Si stabilì inoltre che alle condanne, da infliggersi su decreto, sarebbe stato possibile proporre opposizione.
Furono molti quelli che decisero di farlo così dando l’avvio ad un attività di riesame dei casi contestati, da parte dei tribunali militari, che richiese un lungo periodo di tempo durante il quale quanti erano ricorsi a questa possibilità si videro rifiutato il rilascio di documenti, licenze e concessioni, continuarono ad aver registrato sul loro certificato penale la condanna o il reato contestato, non poterono neanche esercitare il diritto di voto.
[39]    Cfr. Telegramma n°. 0/164 del 1 febbraio 1945 in ACS, PCM,1.2.1, f. 25348, sottof. 2.
[40]    Cfr. Telegramma n°. 0/165 del 2 febbraio 1945 in ACS, PCM,1.2.1, f. 25348, sottof. 2.

mercoledì 28 dicembre 2011

Federico Levy

Firenze 28 ottobre 2011

Il Ruolo delle Forze Armate Italiane nella liberazione delle città. 1943-1945

La Liberazione delle Città delle Marche

Inutile sottolineare quanto tutt'oggi sia importante curare lo studio della storia del nostro Paese, e in particolare proprio laddove essa è testimone del travagliato cammino della sua liberazione. La guerra di Liberazione ha assunto fin dal principio una valenza politica di portata inestimabile per la futura Italia, in quanto in essa l'energia politica costituente ha tratto il principio di costruzione del nuovo ordine politico, istituzionale e culturale che hanno regalato all'Italia una nuova “vita”. Perciò, al di fuori di agiografica retorica, è quanto mai utile promuovere una ricerca storica su quegli anni fondamentali che cerchi il più possibile di arricchire quel complesso di saperi ad essa inerenti nell'ottica di un sincero sforzo volto a tramandarlo alle generazioni future. Anche per questo motivo assume valore peculiare narrare il concreto svolgersi della guerra di Liberazione là dove materialmente assume sostanza, nei vari territori italiani, nelle città, nelle esperienze, nei volti. Da qui anche la grandissima importanza che assumono le dimensioni della ricerca, i campi di analisi, soprattutto le fonti che sono per lo storico ciò che la creta è per lo scultore. Così nell’ambito della Sezione Studenti e Cultori della Materia si è già avviato un programma che prevede la raccolta delle testimonianze dei protagonisti della Guerra di Liberazione. Proprio in virtù di questa particolare attenzione all'autenticità e peculiarità della ricerca (ben diversa, pur senza volerla ovviamente sostituire, da un manuale di storia o libro di analisi storico-politologica), la fonte storica della testimonianza personale è considerata di inestimabile valore proprio nel suo aspetto di soggettività. Un dedito lavoro sulle testimonianze che può assumere molteplici forme: dalla trascrizione di interviste orali ai protagonisti alla raccolta del materiale documentario attraverso programmi di ricerca e documentazione, con l'analisi di lettere, diari,... Anche in virtù di questo, nell'ambito di questa vasta ricerca il territorio di riferimento assume una preziosa importanza. Pertanto il sottoscritto (che nasce e vive a Mondavio, in provincia di Pesaro) è onorato di esser parte di questo progetto partecipando alla raccolta di testimonianze di protagonisti marchigiani.
Accanto a questo si sta già provvedendo alla stesura e messa in supporto informatico di documentazione di protagonisti del periodo. Sottolineo a proposito la raccolta di Diario  e documentazione del tempo, in particolare il Diario di Francesca Bonci che è già stato pubblicato sulla rivista il Secondo Risorgimento d’Italia che tratta della liberazione di Osimo ed ha ampi tratti delle vicende della battaglia di Filottrano.
Come per altre zone, nell’ambito del progetto Storia in Laboratorio, da sottolineare sono iniziative nelle scuole volte alla ricerca di documentazione sulla guerra di Liberazione, come è già stato fatto nel comune di Castelferretti. In questa località è stato avviato un programma di raccolta di testimonianze e documentazione nel 2005 che ha portato ad una prima pubblicazione sulla Rivista Il Secondo Risorgimento d’Italia e poi alla pubblicazione del volume “ I tempi delle oche verdi”, che prende il nome da una pratica dei contadini della zona di Castelferreti in tempo di guerra, i quali davano in verderame alle oche, bianche, per mimetizzarle alla osservazione aerea alleata. Anche in questo caso  gli aspetti positivi di questo tipo di attività vanno oltre i limiti immediatamente tangibili  della stessa. Ovviamente non sono uno specialista in materia, ma ritengo che la funzione didattica svolta dalla promozione di un ruolo attivo degli studenti nella ricerca storica dia un contributo alla lotta contro questa sorta di “eterno presente” al quale il dibattito pubblico nel nostro Paese ci sta tristemente abituando. La storia infatti permette non solo di cogliere alcuni “perché” del nostro presente dalla comprensione del passato, il che non è poco; ma soprattutto fornisce dei termini di paragone, già analizzati e problematizzati, che per analogia e comparazione possono fornire punti di riferimento per comprendere meglio i fenomeni del presente. Qualche strumento per evitare la paralisi dell'ignoranza.  Tutto questo sarà raccolto in un volume, nell’ambito della Collana Storia in Laboratorio, con il titolo onnicomprensivo di “Combattere l’Oblio” ed un sottotitolo di riferimento. Il volume dedicato alle Marche, come gli altri dello stesso titolo che si dedicano ad altri territori, si propone quindi la raccolta di queste testimonianze affinché, impresse su carta ed inchiostro, non solo non vadano perdute ma si indirizzino là dove si tramanda il sapere nel futuro, nelle scuole, nelle biblioteche, nei luoghi di cultura e studio.

martedì 6 dicembre 2011

Aleksander Wozny a Roma

ACCADEMIA POLACCA DELLE SCIENZE
CENTRO DI STUDI A ROMA


invita
alla conferenza di


Prof. Aleksander WOŹNY

(Università di Breslavia)

sul tema

La Radio Vaticana di fronte alla legge marziale in Polonia

a 30 anni dall’introduzione della legge marziale in Polonia nel 1981

Martedì, 13 dicembre 2011, alle ore 18.30
presso il Centro di Studi dell’Accademia Polacca delle Scienze a Roma, vicolo Doria, 2 (Piazza Venezia)


R.S.V.P.                tel.: 06.6792170              fax: 06.6794087 E-mail: accademia@accademiapolacca.it

lunedì 14 novembre 2011

Intelligence e Resistenza nelle Marche

Si segnala il volumedi

Alessandro Perini 

I diari di Babka - aristocrazia antifascista e missioni segrete e Settembre ‘43 - giugno ‘44: l’intelligence sulla costa marchigiana meridionale.
Note d’archivio.

Il Volume è disponibile anche presso l'Autore. L'indirizzo, per chi è interessato, si può richiedere a risorgimento23@libero.it

venerdì 11 novembre 2011

Corpo Polacco: Albun Fotografico

 A tutti i lettori:

Dopo il successo della mostra e del catalogo nel 2008 dedicato ai soldati del 2° Corpo d’Armata Polacco, abbiamo un grande piacere di informarvi della nostra nuova pubblicazione. È appena uscito il catalogo della nostra nuova mostra sulle compagnie femminili di trasporto del 2° Corpo:

“Camioniste Polacche. Ausiliarie del 2o Corpo Polacco dalla Russia all’Italia 1942-1946”
L’album è in due lingue – in polacco e in italiano, contiene oltre 250 fotografie dall’archivio dell’ Istituto Sikorski a Londra e dagli archivi privati.
Per la prima volta è stata pubblicata la Cronaca della 317. Compagnia di Trasporto.
In allegato il pdf con dei brani tratti dal libro.

La mostra si terrà dal 8 maggio al 5 giugno al Istituto Parri a Bologna. Siete cordialmente invitati.

Intanto vi invitiamo a richiedere il libro. A causa dei tagli del budget per la cultura, cerchiamo con la distribuzione dei libri di assicurare all’Associazione i fondi per poter organizzare la inaugurazione della mostra. Desidereremmo un’offerta di 15E a copia. Prendendone 4 se ne riceve uno gratis.
Gli album si possono ottenere versando i soldi sul conto dell’Associazione – spediamo i libri per posta prioritaria.
Ci sarà anche una possibilità di riceverli a Bologna dopo la Santa Messa al cimitero di San Lazzaro il 2 novembre verso le ore 11.00 – in caso del interesse chiediamo di avvisarci prima con una mail.
Vi chiediamo di diffondere queste notizie a coloro che possano essere interessati nella storia della Polonia.
Per tutte le domande riguardo al catalogo e alla mostra siete pregati di scrivere a questo indirizzo:
Distinti saluti, 
Vice Presidente Anastazja Kasprzak - Cavara
Associazione Culturale Italo Polacca "Malwina Ogonowska" 
Bologna, Italia
Annuncio a Cura di Stefano Esposito

Corpo Polacco Unità Minori

La 317a Compagnia Trasporti Ausiliarie polacche al termine del secondo conflitto bellico fu trasferita nella Base militare di San Basilio ( Tra Mottola e Bari ) e posta sotto il Comando Base del 2° Corpo d'Armata polacco di Mottola. Dal maggio 1945 sino al giugno 1946 la suddetta Compagnia provvide al trasporto ( vettovaglie,carburanti,alimenti,vestiario,medicinali,materiale didattico,materiali di casermaggio,ricambi per autocarri ed autoveicoli, etc...) dalle basi di Napoli,Capua e Taranto ai vari centri di addestramento militare polacchi del Salento ( Alezio, Gallipoli, Galatone, Maglie, Galatina, Otranto,San Pietro in Lama, Squinzano ed alle scuole militari di Lecce, Alessano e Casarano ). Alcune delle foto inserite nel libro sono state da me donate all'Associazione Italo Polacca " Malwina Ogonowska ".
.
  stefano esposito
 

lunedì 19 settembre 2011

Il Corpo Italiani di Liberazione: le armi

di Marco Iacono


Prima di procedere ad una disamina degli armamenti in dotazione al C.I.L. bisogna sicuramente ricordare come il reparto, proveniente dal disciolto 1° Raggruppamento Motorizzato, abbia ereditato nella prima fase dei combattimenti gli armamenti del soppresso reparto. Con tali dotazioni, armato soprattutto di non comune spirito di sacrificio e  tanta volontà, il C.I.L. è riuscito a caratterizzare il proprio impegno nella campagna della primavera del 1944, in particolare nelle regioni adriatiche delle Marche ed Abruzzo.
Le maggiori lacune del CIL erano dovute alla cronica deficienza di automezzi, alla scarsità delle
artiglierie e alla assoluta mancanza di  mezzi corazzati  per il combattimento, oltre alla deficienza delle dotazioni d’armamento, sia individuali che di reparto, anche nell’equipaggiamento le risorse erano davvero limite e poco efficienti, potendo i reparti far fronte ad un limitato munizionamento capace di non superare la soglia massima di venti giorni di combattimento.
                                                  
Del Corpo Italiano di Liberazione fecero parte:
- un Reggimento di fanteria: il 68° su due battaglioni (forza circa 1.800 uomini);
- un Reggimento bersaglieri: il 4° su due battaglioni, XXIX e XXXIII (forza circa 1.250 uomini ) ;  
- un Reggimento artiglieria: l'11°su tre gruppi (forza circa 600 uomini)   
- un battaglione paracadutisti: il CLXXXV su tre compagnie (forza circa 450 uomini)                       
- un battaglione alpini: il "Piemonte", con una btr. da 75 mm. someggiata (forza circa 600 uomini);
- un battaglione arditi: il IX reparto d'assalto (circa 600 uomini)                                                          
- unità dei Carabinieri, del Genio e dei Servizi.
 Era un complesso di forze di tutto rispetto. 
In particolare gli armamenti di cui era dotato il CIL erano tipici di dotazioni di brigate miste nelle quali però è da sottolineare che il rapporto tra gli elementi di manovra (fanteria) ed elemento di fuoco pesante (artiglieria)  era tutto a favore del primo.
Tale situazione sottolinea l’importanza rivolta alla manovra in un momento in cui l’avanzata era in fase di assumere un ritmo celere.
In totale i gruppi di artiglieria compresi quelli della divisione Nembo e delle brigate dipendenti  erano di 10 unità di fronte ai 14 battaglioni di fanteria.
Salvo qualche variante di marginale rilievo fu questo l’ordinamento del CIL di fatto mantenuto fino al suo scioglimento. In particolare l’attività bellica del CIL fu condotta con armamenti tipici di reparti di fanteria più un nutrito ma obsoleto parco di pezzi di artiglieria, disponibile in diversi calibri. Assai lamentata è inoltre la mancanza di mezzi corazzati che al contrario, il nemico tedesco, seppur in ritirata disponeva in  maniera significativa.
In attesa che il Comando alleato affidi i mezzi corazzati, lo Stato Maggiore Italiano, cerca di ottenere un carro M13/40 dal Centro Studi Motorizzazione, un semovente con pezzo da 75 , un auto blindo e due semoventi con pezzi 105 e per ultimo 8 auto blindo da disciolti corpi stanziali in Roma, ma il C.I.L. sarà sciolto prima che questi mezzi vengano assegnati.

 
  Le armi di dotazione personale del CIL comuni ad entrambe le specialità erano il moschetto mod.91 e il M.A.B. 38 A (ritenuto migliore dei mitra alleati distribuiti),  gli ufficiali avevano in dotazione le loro Beretta 34 cal. 9 corto, inoltre alcuni militari erano armati con moschetto automatico. Le dotazioni di reparto tipiche di un segmento di fanteria erano invece costituite da:
-         fucili mitragliatrici;
-         mitragliatrici Breda;
-         bombe a mano SRCM;
-         mortai 45/81 – 47/82;

I reparti di artiglieria erano invece equipaggiati con :
- 3 gruppo con pezzi da 75/13 ( noto come gruppo someggiato),
- 3 gruppi con pezzi da 75/18;
- 2 gruppi con pezzi da 100/22;
- 2 gruppi con pezzi 105/28
- 3 batterie da 20 mm c.a.;
- 4 batterie 57/50 contro carri;
- diverse compagnie dotate di pezzi da 47/32

Bisogna in ultimo ricordare che successivamente allo scioglimento il CIL sarà interamente riarmato con dotazioni di nuova fabbricazione in uso alle truppe inglesi, dalle quali oltre agli armamenti riceverà anche le divise e tutte le ulteriori dotazioni necessarie al nuovo armamento dei gruppi di combattimento.
Dunque aspetto singolare è l’estrema versatilità con cui i reparti combattenti, fino alla battaglia di Filottrano utilizzano armi e mezzi di produzione nazionale, passando successivamente ad affrontare le altre campagne con nuovi armamenti ed anche con divise degli alleati, sperimentando direttamente sul campo le nuove dotazioni affidate.   

In conclusione per quanto in ultimo accennato, volendo adottare un azzardato parallelismo  con quanto oggi avviene, secondo le nuove dottrina di sperimentazione degli armamenti, dove gli stessi sono testati e adottati direttamente in teatro, si può sicuramente affermare che il glorioso CIL, inconsapevolmente ma sicuramente con i risultati che oggi sarebbero più che mai attuali, il reparto con l’utilizzo in combattimento dei nuovi e diversi armamenti degli alleati, è stato precursore di tale teoria adottando inoltre, come nel caso del fucile mitragliatore MAB 38 scelte sulle sua capacità di fuoco rispetto all’omologo armamento proposto dagli alleati.

domenica 17 luglio 2011

Il Corpo Italiano di Liberazione. I Capi


Ubaldo Del Monaco

Il presente contributo necessita di una breve premessa per delineare in modo chiaro ed esauriente il quadro storico di riferimento.
Dopo l’8 settembre, il vertice politico vede, ancora, quale Capo del Governo, il maresciallo Pietro Badoglio. Si avvicenderanno, invece, nella carica di Ministro della Guerra, il generale Antonio Sorice (fino al 15 febbraio 1944), il generale Taddeo Orlando (fino al 17 giugno del 1944) e l’onorevole Alessandro Cassati (fino al 20giugno 1945). Si avvertiva un “vuoto” generale di tutela e di sicurezza, nonché di un totale disorientamento fra le fila dell’esercito, ormai disintegrato sia sul piano organizzativo che morale (comandanti e soldati erano in balìa di se stessi, e cercarono di rientrare alle proprie famiglie).
Dai primi giorni successivi all’armistizio, pertanto, sia il Governo sia i vertici militari italiani, cercarono di convincere gli Alleati dell’opportunità di affiancare alle forze sbarcate in Italia i nuovi reparti italiani in via di costituzione. Gli Alleati, infatti, nutrivano ancora diffidenza e rancore verso gli ex nemici. Non erano pertanto, favorevoli alla collaborazione con le forze militari italiane, per due ordini di ragioni: una di natura politica, perché un’eventuale partecipazione militare sul campo di battaglia avrebbe potuto dare adito a richieste di revisione e di alleggerimento delle clausole stabilite dall’armistizio; l’altra di natura pregiudiziale, legata strettamente alla riserva mentale sull’efficienza e sull’affidabilità delle “nostre truppe” in guerra.Toccava perciò al soldato italiano rimuovere quello scetticismo, affermare il suo effettivo impegno in battaglia, e dimostrare di essere ancora in grado di battersi per un ideale.
L’invito fu infine raccolto e la prova del fuoco giunse poco dopo su Monte Marrone. La sorpresa del Comando Alleato fu pari all’ammirazione. Fioccarono gli elogi e fu il definitivo convincimento per ammettere gli italiani al rango di “cobelligeranti”. Tale successo fu reso possibile anche grazie al carisma di un comandante, il generale Umberto Utili. Egli fu determinante per la riorganizzazione del I Raggruppamento, del quale assunse il comando alla fine del gennaio 1944, ma, soprattutto, per la costituzione, nel successivo mese di marzo, del Corpo Italiano di Liberazione.
Questo elaborato, che si pone l’obiettivo di “passare in rassegna”  i capi militari italiani che si distinsero nei momenti tormentosi conseguenti all’armistizio, non poteva, pertanto, che riservare al generale Utili, una posizione di primissimo piano. Tale considerazione non è frutto di patriottismo, ma delle eccellenti qualità umane e professionali unanimemente riconosciutegli.
Come diceva di lui il generale Antonio Ricchezza, capo ufficio operazioni del C.I.L. e suo stretto collaboratore: <<…Il generale Utili, un uomo assolutamente invulnerabile alle atmosfere depresse, prese in mano le truppe, si dette da fare perché ogni giorno ci fosse un po’più di luce che nel precedente…era l’uomo più adatto a farlo in tutto l’Esercito italiano di allora…>>. Utili era un uomo dalla tempra forte e dal carattere non arrendevole, capace di trasmettere sentimenti alti ai suoi collaboratori. Seppe infondere fiducia e galvanizzare tutti per la nuova impresa che avrebbe onorato le armi italiane.
Il generale, nell’assumere il comando, si rivolse così ai suoi commilitoni: <<…Sono fiero di essere stato destinato a comandarvi…voi avete dato l’esempio generoso ed avete versato il vostro sangue, che è sempre qualcosa di più prezioso delle chiacchiere…Ragazzi in piedi, perché questa è l’Aurora di un giorno migliore…>>. Egli possedeva un intimo senso del dovere e spiccava nel sapersi assumere le sue responsabilità. Erano innati in lui i sani principi dell’onore militare, della disciplina e dello spirito di sacrificio. <<Il generale Utili - come scriveva il generale Paolo Berardi (Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ) - superava per intelligenza, fantasia e volontà la media dei nostri generali. Sapeva di valere, era ipercritico, si prendeva libertà molto spinte di apprezzamenti, e non era “inferiore comodo…>>. L’espressione “eufemistica” del superiore sottolinea l’abitudine del generale a rispondere in modo tranciante agli ordini che non lo persuadevano. Direi che è raro imbattersi in una personalità con il coraggio di dire la sua in un contesto molto poco libero, come quello dell’epoca allo studio. Era un uomo che si reggeva da sé, che si faceva ben volere dai dipendenti, che sapeva imporsi con dignità anche agli Alleati1. Monte Marrone, doveva essere l’emblema della riscossa italiana.
Il generale Utili si avvalse di questo simbolo con la perspicacia e l’intuito tipici dei grandi comandanti. Egli seppe attribuire un grande valore morale a quel fatto d’arme, le cui truppe protagoniste, così valorosamente distintesi, erano in parte ancora ai suoi ordini. Questo degno soldato italiano aveva solo 48 anni, ma un’esperienza incomparabile in combattimento. Era, infatti, insignito di tre medaglie d’argento al valore militare, guadagnate sui fronti dell’Africa orientale, della Grecia e della Russia. L’atteggiamento di “inferiore non di comodo” gli era praticamente costato la carriera: nel 1934 era stato espulso dallo Stato Maggiore, per certe sue critiche sull’avanzamento degli ufficiali.
Questo era Utili: uomo e generale, che per quanto autonomo ed imprevedibile, sentì sempre sul collo le ultime parole rivolte dal Capo di Stato Maggiore Generale Messe ai soldati italiani: <<…Vi affido ad un uomo che sarà avaro del vostro sangue; certo lo spenderà quando sarà necessario, ma mai invano e mai leggermente…>>.
Non meno prezioso, nella “Guerra di Liberazione”, fu il contributo fornito dal Battaglione “Piemonte” degli alpini, al comando del maggiore Alberto Briatore, il quale condusse con lucida strategia, fermezza e determinazione i suoi uomini alla vittoria. Grazie alla sua consumata esperienza di comando, aveva letteralmente rovesciato la situazione materiale e morale del “Piemonte”, portandolo ad un’impresa di guerra di montagna di assoluto valore. Mostrò così palese a tutti (Alleati compresi), la preparazione ed il vigore d’esecuzione del suo reparto in battaglia. Briatore sapeva esaltare il comportamento dei suoi uomini.
Mi piace ricordare, in questo contesto, il memorabile, vibrante elogio, segnalato con un ordine del giorno, inviato all’indomani della battaglia di Monte Marrone : <<…Infliggendo all’orgoglioso nemico una lezione durissima…non vi siete lasciati fiaccare dall’eccezionale sforzo fisico dei trasporti a spalla sul lungo e penoso percorso…ma avete organizzato e vigilato la posizione…>>.
La gloria ed il valore non mancarono neanche a Filottrano, dove il 183° Reggimento  paracadutisti, articolato su due  battaglioni, il XV e il XVI , segnò un’altra epica pagina contro l’occupazione nazista.
L’azione confermò pienamente l’indiscusso valore e la netta ripresa dei  combattenti italiani, esaltando l’eroico comportamento dei paracadutisti, i cui risultati andarono al di là di qualsiasi aspettativa. Al comando del colonnello Giuseppe Quaroni, indiscusso leader carismatico, i parà inflissero al nemico, impaurito e sorpreso dall’inaspettata “apparizione”, perdite gravissime.
 Attento non solo alla preparazione ed alla formazione militare dei suoi “ragazzi”, ai quali era portato a rivolgersi con parole che scaldavano il cuore prima che la mente, il colonnello Quaroni seppe trasmettere a ciascuno il proprio coraggio ed il suo spirito garibaldino, con lo slancio e la tenacia che ne caratterizzavano la  forte personalità. Il suo Reparto, come tipico della tradizione alpina, seppe immedesimarsi alla personalità trainante del suo comandante, mostrando ancora quel valore che ha sempre distinto le nostre truppe di montagna, uomini abituati ad agire in condizioni estreme (in questo caso non solo per l’ambiente).
Questi comandanti, insieme ai soldati di ogni grado, che hanno sacrificato e rischiato la loro vita nella “Guerra di Liberazione”, ci hanno restituito “l’Aurora”, il nostro giorno migliore, donando al nostro Paese la dignità degli uomini liberi, quella libertà di cui , tutti noi godiamo da più di sessant’anni.
Per i comandanti di oggi, questi Ufficiali sono degli esempi di comportamento. Soldati che hanno saputo essere d’esempio in un clima di assoluto abbandono e di crollo improvviso dei valori nei quali si era creduto per lustri. Lo spirito d’iniziativa ed il coraggio sono caratteristiche necessarie dei militari.
Io ritengo che gli Uomini di cui ho parlato abbiano interpretato il loro dovere con dignità e valore. Quel dovere di fedeltà non alle Istituzioni formali, che non avevano retto all’urto dei tempi, ma a quel Popolo di cui erano figli, a quegli Italiani di cui sono giustamente divenuti un modello, nello spirito dell’Italia risorta.

Passato e Futuro degi Alpini: due equivoci da chiarire

                                                                  Di Ferruccio Botti

Gli alpini sono, fuor d'ogni dubbio, il corpo più glorioso, prestigioso e popolare dell'Esercito. Tuttavia sul loro passato e sul loro futuro pesano due equivoci che, se non altro per rispetto a questa gente semplice, forte, leale, dovrebbero essere una buona volta dissipati.
 Mi riferisco anzitutto alle loro origini: sarebbero stati "ideali", "creati", “fondati" dal capitano di fanteria di Stato Maggiore Giuseppe Perrucchetti, che ne avrebbe proposto per primo la costituzione nel maggio 1872 sulla Rivista Militare, convincendo ipso facto (?!)il Ministro della guerra (generale Ricotti) a costituire le prime compagnie nell'ottobre dello stesso anno, con il compito di "difendere le Alpi". Negli ultimi anni è stata affacciata un'altra versione ancor più inattendibile, accreditata anche da un sito web sugli alpini: il loro vero "padre" sarebbe il generale Agostino Ricci, che prima del Perrucchetti avrebbe sperimentato alla Scuola di guerra la possibilità di costituirli.
Secondo equivoco: il servizio di leva. - e, con esso, il reclutamento dei giovani nelle valli alpine - si sta inesorabilmente avviando all'estinzione, perciò anche i reparti alpini saranno costituiti, in maggioranza, da bravi giovani meridionali volontari. Secondo la versione ufficiale, tuttavia, sarà pur sempre possibile mantenere ottime truppe alpine: sarebbe cioè valido il detto "alpini non si nasce, ma si diventa".
Ebbene, l'approfondito esame della vasta letteratura militare della seconda metà del secolo XIX, da me compiuto per conto dell'Ufficio Storico dell'Esercito, mi ha condotto a conclusioni assai diverse da queste versioni di comodo, che potrebbero essere definite luoghi comuni.
Le riassumo qui di seguito.
1) Subito dopo l'unità d'Italia l'Esercito, numericamente ridotto, è stato costretto a pianificare la difesa dell'esteso confine alpino sia contro la Francia, che contro l'Austria (dal 1882 alleata, ma sempre infida). Una difesa "a cordone" delle Alpi non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo; un'offensiva contro eserciti assai più forti era da escludere. Di qui la necessità di svolgere nella fascia alpina solo un'azione di logoramento e ritardo e un'attività informativa, affidate a milizie locali mobilitate con la massima rapidità, onde dar tempo all'esercito permanente del tempo di pace di completarsi e affluire nell'alta pianura padana (dove avrebbe contrattaccato le colonne dell'invasore nel momento della massima crisi, cioè al loro sbocco in piano).
2) Si tratta dunque di una strategia obbligata, che nel XIX secolo non era affatto nuova: l'avevano applicata per secoli i duchi di Savoia, costretti a fronteggiare le invasioni francesi con un esercito permanente di poche migliaia di uomini, che dunque non poteva difendere tutto l'esteso confine alpino. E da secoli erano note le virtù militari della dura gente delle Alpi, accompagnate dalla perfetta conoscenza dei luoghi dove dovevano operare ... E' questa vecchia idea che prevale nell'articolo del Perrucchetti del maggio 1872, che (poi di li a pochi anni, avrebbe cambiato idea) non voleva difendere la fascia alpina oltranza ma solo difenderla fin che possibile, con i "bersaglieri delle Alpi" mobilitati intorno a nuclei permanenti già costituiti in pace presso i distretti di frontiera (era questa la vera novità della sua proposta).
3) L'idea era già stata affacciata, prima del Perrucchetti, da molti altri. Lo ammette lo stesso Perrucchetti  in un articolo su "La lettura - Rivista Mensile del Corriere della Sera" del luglio 1915, dal titolo "I nostri soldati alpini". Il Perrucchetti qui ricorda che nella guerra del 1866 contro l'Austria è stata reclutata in Valtellina una vera e propria brigata alpina in anteprima che ha dato ottima prova, dalla quale ha tratto "1'ispirazione del novello ordinamento" da lui proposto nel 1872 e indica espressamente tra coloro che lo hanno preceduto nell'indicare l'opportunità di "ordinare militarmente" le popolazioni alpine il colonnello Ricci e i generali Bava - Beccaris, Massari e Martini (noi potremmo aggiungere molti altri, come ad esempio i fratelli Mezzacapo, Felice Orsini, il Marselli...).
4) E allora? Allora il vero creatore e padre degli Alpini è stato il Ministro Ricotti, che ha emanato il decreto dell'ottobre 1872 per la loro costituzione. Eccellente conoscitore delle Alpi, Perrucchetti da buon ufficiale di Stato Maggiore ha tuttavia avuto il merito di compilare il primo studio di fattibilità sulla costituzione della nuova specialità (della cui necessità i suoi superiori erano già ben convinti, visto anche che è inverosimile che in soli quattro mesi - dal maggio all'ottobre 1872 - il Ministro e lo Stato Maggiore si siano decisi ad attuare l'idea nuova di un giovane capitano).
Del Ricci, basti dire che in una lettera del 1894 pubblicata sulla "Rivista Militare" nel 1908 ha "preteso la paternità" degli Alpini. Pretesa invero ingiustificata, per due ragioni: 1) perchè prima del Perrucchetti il Ricci non ha scritto una sola parola per indicare con precisione la formula degli Alpini (come ha fatto Perrucchetti), limitandosi a sostenere - come tanti prima di lui - l'opportunità di mobilitare le popolazioni locali per presidiare le fortificazioni (non solo alpine) e a sperimentare questa vecchia idea; 2) perchè non ha mai sostenuto, come invece ha fatto il Perrucchetti, la necessità di costituire fin dal tempo di pace e presso i distretti di frontiera delle compagnie permanenti alpine, che in caso di guerra si sarebbero trasformate in battaglioni (si vedano, in proposito, gli Appunti sulla difesa d'Italia dell'inizio 1872 del Ricci).
5) Chi, prima del Perrucchetti, ha sostenuto in forma più organica la formula degli Alpini è stato se mai il colonnello del genio Felice Martini, con una serie di articoli sulla "Rivista Militare" del 1871 e (probabilmente) con uno studio del 1868 sui "Bersaglieri delle Alpi" citato anche dall'Enciclopedia Militare ma andato perduto.
6) Per inciso, va osservato che sia il Martini nel 1871 che il Perrucchetti nel 1872 non parlano di Alpini, ma di "bersaglieri delle Alpi". Perchè?  perchè non risponde a verità un'altra diffusa leggenda, che cioè gli Alpini sarebbero stati creati perchè mancavano truppe addestrate ad agire in montagna. Queste truppe nel 1872 esistevano già ed erano i bersaglieri, ai quali il La Marmora nel 1836 aveva assegnato il compito prioritario di agire in terreni montani. Per "bersaglieri delle Alpi", perciò, si deve intendere semplicemente dei bersaglieri reclutati nelle Alpi e destinati ad agire solo sulle Alpi.
Dalle predette constatazioni si deduce che il Ricci è solo uno dei tanti che hanno dato il loro contributo alla costituzione degli Alpini e in particolare alla loro caratterizzazione regionale, considerandoli anzitutto come milizie locali destinate al presidio delle fortificazioni. Appare al tempo stesso evidente anche che il Perrucchetti non ha "creato", 'fondato", "inventato" niente: gli va però riconosciuto il merito di essere stato lo studioso che meglio di tutti ha studiato le modalità pratiche per costituire il nuovo corpo, prevedendo uno speciale ordinamento fin dal tempo di pace di tutta la popolazione della fascia alpina (che con le sole 15 compagnie del l872 - questo va ricordato - non è stato applicato affatto).
La storia delle origini degli Alpini fa anche emergere chiaramente il loro inconfondibile marchio d'origine, che ha due caratteri essenziali: il reclutamento locale (cioè esclusivamente nella fascia alpina di confine) e il reclutamento ancor più tipicamente di leva del resto dell'Esercito. Quando sono nati, infatti, gli Alpini non facevano nemmeno parte dell'Esercito permanente, che - come prevedeva anche il Ricci - non doveva essere impiegato all’interno delle Alpi. Erano milizie locali costituite solo presso i distretti di frontiera, le cui radici affondavano nelle "milizie provinciali" piemontesi, che compivano una ferma di leva più breve degli appartenenti all 'Esercito permanente.
Riguardo al futuro degli Alpini si può quindi concludere che con uomini di truppa non provenienti dalle Alpi si potranno costituire delle buone truppe da montagna: ma non delle truppe alpine nel senso proprio del termine.
Alpini si nasce: non si diventa. Questa è la realtà attuale, confermata dalla storia.

venerdì 27 maggio 2011

La situazione dei mezzi tecnici dal C.I.L. ai Gruppi di Combattimento


Se ai primi soldati ad entrare in linea non fu possibile distribuire molto materiale alleato, anche di quello nazionale si dovette fare parco uso poiché gli alleati usavano i pochi magazzini trovati per prelevare vestiario, scarpe e munizionamento a favore dei partigiani di Tito (lo paracadutavano) e degli italiani delle brigate partigiane in Jugoslavia. L’entrata in linea di soldati repubblichini nella stessa divisa grigioverde, rese necessario dotare, uniformare le divise dell’esercito del sud con quelle alleate almeno con quelle inglesi di cui i nostri reparti facevano parte. Anche per questo compaiono, nei diari dei primi mesi della guerra di liberazione, le lamentele dei soldati senza rifornimenti e senza cambi. Ma la vita del soldato non era solo quella, andava dagli alloggiamenti, alle licenze, al soldo, al vitto, ai trasporti e non ultimo alla riconoscenza. Se diciamo che in tutti questi aspetti fummo piuttosto tirati compiamo un grande atto di ottimismo e siamo ancora molto lontani dalla realtà.
Dalla primavera del 44 però, con la Creazione dei gruppi di Combattimento, ben poco distingueva il combattente dei Gruppi dal tommy inglese: la divisa era costituita dal praticissimo ed ottimo battle dress  con la usuale tascona sulla coscia sinistra, con scarponi neri e ghette in canapa. Anche la buffetteria era quella dell'esercito inglese, così come gli zaini, gli elmetti (la classica padella - Mk II steel helmett a cui i bersaglieri applicarono il piumetto) e gli attrezzi da zappatore. Chi ne aveva la possibilità (i paracadutisti in testa, ma anche i bersaglieri) conservò il M.A.B. 38 A (ritenuto migliore dei mitra alleati distribuiti), e gli ufficiali le loro Beretta 34 cal. 9 corto. Gli alpini conservarono il loro copricapo come i bersaglieri il fez, etc... I gradi erano quelli italiani ed erano tornati sulle spalline per gli ufficiali. Oltre alle mostrine italiane di corpo sul braccio sinistro compariva una bandierina (celluloide o metallo verniciato) tricolore italiana con il simbolo del gruppo sul campo centrale bianco. I paracadutisti sopra il normale battle dress indossavano un giaccone senza maniche (frequente l'uso di quelli in pelle marrone tipicamente inglese) ma anche altre tenute copiate dai tedeschi e il casco da lancio era quello inglese Mk. 1-1942 o Mk. 2-1943, anche se alcuni portavano l'elmetto da motociclista Mk.1-1942.

Per quanto riguarda gli automezzi che furono forniti ai soldati italiani c’è chi ha fatto una lista che potrà essere anche incompleta, ma significativa di quella mobilità che il nostro ex nemico aveva e che in Italia, in quanto tale orograficamente, non si poteva dispiegare al 100%. I mezzi corazzati, le artiglierie, ma non solo, ne erano un piccolo esempio. I Gruppi di Combattimento furono equipaggiati quasi interamente con materiale di provenienza alleata e più specificatamente inglese. I mezzi inglesi erano considerati sussidiari, perché con quelli non avrebbero mai vinto la guerra contro i tedeschi, pur potendo disporne anche in grandi quantità prodotte dal Commonwealth che avevano dietro le spalle. La qualità e la forza o potenza era in genere inferiore a quella tedesca
JEEP FORD GPW.
Jeep: Caratteristiche tecniche 2.199 cc - 54 hp - classe 250 kg. La sigla ormai nota come jeep che sta per GP general purpose, (foneticamente j p) usi generali, nasce con la specifica di un mezzo per il traino di piccole batterie (37mm), mezzo di comando o rimorchio . La Bantam è la prima a costruire un prototipo, poi non approvato. Anche la Ford produsse prototipi e l'originale su licenza Willys Overland Motors Inc. come è meglio conosciuta la Jeep (Willys) da chi vinse la commessa. All'epoca costava sui 1.000 $ e ne vennero prodotti 640.000 pezzi. Decine furono le varianti e gli usi introdotti su questo mezzo.
BEDFORD MW 4x2: autocarro leggero inglese, porta una squadra di 10 uomini con carico (15 cwt di portata, corrispondenti a circa 750 Kg.). Del mezzo esistevano varie versioni: quelli del Regio Esercito appartenevano alle ultime serie di produzione (D), caratterizzate da parabrezza di grandi dimensioni.
DODGE D 15: autocarro leggero Usa (15 cwt di portata, corrispondenti a circa 750 Kg.), meno diffuso del precedente. Motore a 6 cilindri 95 hp.
CMP Canadian Military Pattern CHEVROLET C15: autocarro leggero (15 cwt di portata 750 kg) a trazione integrale di produzione canadese. Motore a 6 cilindri 85 hp, lunghezza m 4,34 - telonato.
FIAT SPA TM 40. Trattore medio a 4 ruote motrici e sterzanti. Motore Diesel a 6 cilindri 108 hp Lunghezza m 4,6. Nel dopoguerra venne costruita la versione più lunga TM48 con lo spazio retrostante per le munizioni del 76/55
MORRIS C 8 FAT (Field Artillery Tractor): Risulta essere stato assegnato ai gruppi di artiglieria per il traino di tutti i pezzi in dotazione. Esiste anche in versione ad una portiera per lato e tetto parzialmente coperto in tela.  Un esemplare della versione mk III con carrozzeria tradizionale è tuttora esposta al Museo della Motorizzazione Militare in Roma alla Cecchignola.
UNIVERSAL (BREN) CARRIER: famoso tuttofare dell'esercito inglese, fu distribuito ai reparti di fanteria, dei gruppi come trasporto (truppe e materiali) e veicolo esplorante (nel dopoguerra fu utilizzato come trattore, ma non solo, per il cannone contro carro da 6 lbs) ma anche porta squadra mortaio. 88° Rgt. Friuli - 1944
LlOYD CARRIER: derivato dall'universal carrier (4 ruote portanti per lato anziché 3),da 1 tonn. Utilizzato  per il traino dei cannoni controcarro da 6 libbre (57 mm.); data la scarsità di spazio a bordo era però previsto che ogni pezzo fosse accompagnato da due trattori, uno per le munizioni e l’altro per il personale.
CANNONE contro carro da 6 lbs., in Italia noto come cannone c.c. da 57/50
In dotazione alle compagnie c.c. dei battaglioni di fanteria, data la scarsa presenza, da parte tedesca, di mezzi corazzati nei combattimenti che coinvolsero i gruppi, i cannoni da 6 libbre furono sostanzialmente usati come armi d’accompagnamento della fanteria (canna lunga).
CANNONE contro carro da 17 lbs., in Italia noto come cannone c.c. da 76/55.
Il più potente cannone controcarro alleato (armava anche Shermann Firefly), fu dato in dotazione al gruppo contro carri (tre batterie di sei pezzi) del reggimento di artiglieria. E’ stato il primo pezzo di artiglieria ad utilizzare proiettili perforanti a scartamento di involucro (APDS), per questo era in grado di competere con armi di maggior calibro (88/55 tedesco, 90/50 americano, 90/53 italiano). Venne mantenuto in servizio anche nel dopoguerra.
OBICE da 25 lbs., in Italia noto come obice campale da 88/27.
In dotazione a 4 gruppi del reggimento artiglieria, nella versione più aggiornata con freno di bocca a due luci. Ebbe lunga vita (non solo nell’E.I.) nel dopoguerra; negli anni 50 alcuni esemplari in dotazione all’artiglieria italiana furono sottoposti al rialesaggio della canna: questa fu portata al calibro 105 mm., risultando lunga circa 22 calibri.
CANNONE contraereo Bofors da 40/50
ancora oggi (in versione aggiornata ed allungata a 70 calibri) in uso presso le principali marine mondiali come pezzo antiaereo ed antimissile

venerdì 20 maggio 2011

I Polacchi nel nostro cuore

FRANCISZEK SMUGLEWICZ  /1745-1807/ lunedì 23 maggio 2011, ore 18.30Istituto Polacco di Roma, Via Vittoria Colonna, 1 - Roma ingresso libero
Lunedì 23 maggio, ore 18.30 presso l'Istituto Polacco di Roma, si terrà la conferenza di Mikolaj Baliszewski (Biblioteca Nazionale, Varsavia) su Franciszek Smuglewicz (1745-1807), pittore polacco che ha reso immortali le pitture antiche a decorazione dei muri e delle volte del più famoso palazzo dell’antichità: la Domus Aurea.[info]