I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli

I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli
Bivio per Casteld'Emilio, sotto Paterno: La popolazione civile, in maggioranza femminile in quanto gli uomini erano nascosti applaude al passaggio dei carri polacchi

venerdì 20 febbraio 2026

Carte Giorgio Morigi. Africa. La Carica di Tulludintù II Parte

 ( La prima parte è stata pubblicata con post in data 10 febbraio 2026)




 La carica  di Tulludintù

Giorgio Morigi e Dino Buzzati

 Ghilò sa imitare perfettamente il verso di molti ani-mali. Buzzati lo descrive così: «... dal 1º squadrone uscì un latrato di cane. Tutti capirono subito che non era una bestia ma l'ascari Ghilò, ordinanza del tenente Drogo, per-ché nessun cane al mondo aveva mai emesso un latrato così perfetto. Quando era allegro, Ghilò faceva ugualmente bene il cane e la jena, quando era allegrissimo faceva la voce del leone. In questo caso si attaccava alla schiena una scacciamosche per simulare la coda, camminava gattoni e digrignava i denti, mandando ruggiti bellissimi...>>

 

La mattina del 20 luglio, dopo giorni di vane ricerche della formazione ribelle, la colonna Morigi esplora la regione del monte O fu, avanzando con i cavalli alla ma-no, quando un lontano crepitio di mitragliatrice segnala finalmente la presenza del nemico.

 

Dopo un primo combattimento con la retroguardia ed una rapida ricognizione di una pattuglia comandata dal capitano Crapa, il t. colonnello Morigi si rende conto che la banda di partigiani amhara, vistasi intercettata, si è fermata schierandosi a difesa su un esteso ciglione roccioso protetto da grossi macigni che, ai piedi del colle di Tulludintù, chiude una vasta vallata pianeggiante che si apre davanti al Gruppo. Finalmente i guerriglieri preferiscono fermarsi ed accettare di battersi attestati su una posizione dominante e protetta anziché tentare una manovra di sganciamento che li esporrebbe al rischio di essere poi raggiunti ed attaccati allo scoperto dalla cavalleria.

 

La distesa pianeggiante che separa i contendenti è accidentata ma galoppabile; comunque è necessario attra versarla tutta prima di arrivare sotto le difese avversarie. Non c'è tempo da perdere e Morigi, per evitare la concentrazione del fuoco delle armi automatiche, che il ne-mico ha sicuramente appostato in qualche punto del suo

Scioa, Etiopia luglio 1939 Ascari del IV gruppo e Buzzati

 

schieramento, sui suoi squadroni raggruppati in un'unica e lunga carica su terreno aperto, ordina al s. tenente De Martinez di iniziare subito l'attacco con la sua banda a cavallo, sfruttando la parziale copertura della boscaglia su lato sinistro.

 

Subito dopo, mentre il nemico impegnato con slancio dalla banda <<Auasc>> è costretto a scoprire il suo principale centre di fuoco, vi guida contro la carica di tutto il Gruppe Squadroni.

 

È un galoppo a grande andatura, su un terreno rotto che sembra non finire più sotto la grandine dei proiettili, tra le grida di guerra delle «penne di falco» e le urla dei caduti. Tra i primi viene colpito a morte Ghilò, l'atten-dente di Buzzati, ma lo scrittore prosegue la sua corsa sotto il fuoco con gli altri cavalieri, ben saldo in sella. Non ha visto cadere l'ordinanza.

 

Poi tutto si svolge rapidamente. Giunti ai piedi del rilievo su cui sono appostati gli avversari i cavalieri salta-no a terra, si inerpicano di corsa tra le rocce seguendo il comandante del Gruppo ed assalgono con le bombe a ma-no e le armi bianche i guerriglieri che si sono ora schierati dietro muretti di pietra e continuano a far fuoco. La resistenza è accanita ma alla fine il nemico, attaccato anche da sinistra dalla banda «Auasc>> del s. tenente De Martinez, che si batte valorosamente, viene sopraffatto. I nuclei superstiti tentano di disimpegnarsi fuggendo ma sono a loro volta duramente battuti dal fuoco delle armi pesanti, portate subito in linea dal reparto mitraglieri del Gruppo, e poi ancora inseguiti dalle «penne di falco» di nuovo balzate a cavallo.

 

Buzzati, che ha partecipato a tutta l'azione con una freddezza da veterano ma con l'entusiasmo del novizio descrive il combattimento assumendo nel racconto, come in altre sue corrispondenze di guerra, lo pseudonimo di <<tenente Drogo>> il protagonista de «Il Deserto dei Tartari»: ...«Su cavallini, ancora più presto, altrimenti sarà troppo tardi, ecco l'ora tante volte pensata, l'ora che si sarebbe detta impossibile, la battaglia nel sole entro la valle deserta, lanciati a galoppo sfrenato, più bello di così non potrebbe essere, tutto è proprio identico ai sogni»...

 

...<<Ancora trecento, ancora duecento metri, un ultimo sforzo bei cavallini, almeno fino a quella barriera di rocce do-ve sarà necessario smontare. Il colonnello è avanti a tutti, difficile stargli dietro. Non molto distante galoppa Drogo e dopo Drogo galoppa Ghilò, preoccupato di non lasciarlo un istante. Eppure anche Ghilò si direbbe impazzito. - Amorà ratiè, amorà ratiè ratiè! - egli rugge, preso da una felicità terribile, e spara a casaccio verso il ciglione, anche se l'ordine è di aspettare. Drogo sente la sua voce alle spalle, ma ben presto non la distingue più nel crescente tumulto di grida. Pallottole maledette, chi andate ora cercando con la vostra flebile voce? Piccoli fischi si producono infatti nell'aria, a breve distanza zol-lette di terra schizzano in sù senza apparente ragione. Amorà ratiè-, arrivano i falchi!>>>>

 

<<<<Arrivano i falchi allo sbarramento di rocce, facendo crepitar l'aria di spari. Il colonnello è già salito in ci-ma, con la sua voce acuta da ragazzo ha ordinato: il primo squadrone alla mia sinistra, a destra il secondo! Il frustino in mano e null'altro ora corre a piedi verso un gruppo di sinistre capanne, chiuse da muri di pietra. I ribelli sono appostati là dentro, dagli interstizi dei muri sporgo-no decine di canne che stanno diventando ormai roventi, ma gli ascari si lanciano contro gridando Savoià, Savoià, ormai è questioni di pochi metri. Piccole scatolette me talliche descrivono una breve parabola e cascano dietro i muretti producendo detonazioni e morte»...

 

«Non è però ancora finita, il colonnello ordina nuovamente: a cavallo! per inseguire il drappello superstite, e tutti balzano in sella, fuori che il tenente Drogo, rima-sto senza cavallo. Chissà dove l'attendente è andato a finire».

 

<<- Ghild, Ghilò! - chiama Drogo cercando intorno tra gli ascari, ma nessuno risponde: comandi, come finora è sempre avvenuto. Egli chiede allora a un graduato: - Tas-sammà, sciumbasci! - grida a tutta voce. Tassammà, do-ve stare Ghilò?-. E lo sciumbasci dice: -Ghilò stare morto->>>>

 

<<Ghilò stare morto sull'erba e a due passi il cavallo pascola, aspetta che lui si rialzi. Invece l'ascari non si muove, la sua candida anima è uscita dall'involucro nero e sta navigando lassù, non forse diretta alle supreme sfere ma almeno al cielo degli spiriti semplici e buoni».

 

Il combattimento è ormai finito ed i morti vengono pietosamente sepolti mentre tutti i cavalieri presentano le armi. In questa guerra di movimento non è consentito sostare, la marcia deve riprendere.

 

Sul posto, a ricordo dei caduti, rimarranno solo tu-muli di pietra <<...che le piogge, l'erba e gli anni faranno presto sparire>> - scrive Buzzati - <<Poi i giorni, come succede qui in Africa, fuggiranno simili al vento...>>>

 

La carica di Tulludintù sarà ricordata per l'impeto travolgente con cui è stata condotta e la vittoria risoluti-va come uno dei maggiori successi realizzati nella campagna contro la guerriglia in Etiopia.

 

Lo scrittore lascerà con nostalgia il Gruppo, destina-to a nuove operazioni militari ed a rivivere le intense emozioni dei combattimenti, e concluderà il suo articolo con il ricordo commosso e fiabesco del fedele attendente che immagina destinato ad una illimitata licenza celeste con gli altri caduti come lui in battaglia:

 

<<Ghilò farà ancora il leone, con la differenza che lassù i ruggiti gli riusciranno meglio»... «Ghilò avrà potenti artigli, denti grandi e fortissimi, una superba criniera co-lor del sole e andrà balzando di nuvola in nuvola mandan-do giocondi ruggiti».

 

Giulio Morigi

martedì 10 febbraio 2026

Carte di Giorgio Morigi. Africa. La Carica di Tulludintù I Parte

 


 

La carica  di Tulludintù

Giorgio Morigi e Dino Buzzati

 

“Quella mattina - ed è una storia ormai lontana - quella mattina l'ascari Ghilò aveva fatto la voce del cane. Da due ore il gruppo marciava in direzione di oriente verso remote montagne, il sole era opaco e non faceva né caldo né freddo. Gli ascari avanzavano conducendo a mano i cavalli, giovani uomini atti alle armi. In testa erano gli ufficiali, poi venivano i soldati neri. Avevano moschetti, sciaboloni curvi, bombe a mano, mitragliatrici leggere e pesanti, perché era il tempo che giravano ancora i ribelli..”.

 

Così comincia l'articolo sulla carica di Tulludintù che Dino Buzzati scrisse nel 1939 per il Corriere della Sera con il titolo «L'ascari Ghilò, leone». Detto articolo è compreso nel libro Dino Buzzati - Cronache Terrestri a cura di Domenico Porzio, Arnoldo Mondadori Editore, quale raccolta di corrispondenze di guerra ed altri racconti dello scrittore.

Secondo uno stile del tutto personale, seguito anche in altre sue corrispondenze di guerra, il giornalista trasforma la cronaca in una specie di favola fuori dal tempo, senza riferimenti precisi a luoghi, date e persone. D'altra parte non sarebbe stato possibile pubblicare sulla stampa nazionale nel 1939 (l'articolo comparve sul Corriere della Sera due mesi dopo i fatti) una corrispondenza da cui risultava nei particolari la presenza in Etiopia di un'attività di guerriglia che la propaganda del regime non gradiva fosse nota alla massa degli italiani nelle sue reali e preoccupanti dimensioni, a più di tre anni dalla proclamazione dell'Impero. Si capisce così la necessità per Buzzati di inserire nel suo racconto annotazioni come: «...ed è una storia ormai lontana.... e ... era il tempo che giravano ancora i ribelli...».

 

Dunque, nel luglio 1939, Buzzati, inviato speciale del Corriere della Sera, si trova al seguito del IV Gruppo Squadroni Cavalleria Coloniale nell'alto Scioa. Ha conosciuto ad Addis Abeba il ten. colonnello Giorgio Morigi, comandante del Gruppo, ed ha chiesto di seguirlo nelle opera-zioni militari contro la guerriglia. Questo episodio della vita di Buzzati come corrispondente di guerra è poco поto. Lo ricordò Max David sul Corriere della Sera del 25 novembre 1972 in seguito alla pubblicazione, fatta pochi giorni prima sullo stesso giornale, di un elzeviro di Indro Montanelli sul «comportamento in guerra di Dino Buzzati.

 

Nello Sioa gli «s bergnuoc» (partigiani) amhara hanno ripreso lena infiltrandosi in tutta la regione, galvanizzati dall'esempio del ras Abebè Aregai, l'astuto ed ormai leggendario capo della resistenza che, senza cedere alle lusinghe del governo coloniale, è riuscito a sfuggire a tutti i rastrellamenti tra le montagne dell'ancoberino tenendo viva la fiamma della ribellione in tutto il paese, anche se ha visto le sue formazioni sconfitte in molti combattimenti.

 

Tra le truppe impiegate dal Comando Superiore FF.AA. contro le forze ribelli, in una vera e propria guerra, ufficialmente non ammessa dal regime ma che sotto molti aspetti è più dura, incerta e logorante della campa-gna d'Etiopia, considerata con ottimismo conclusa nel maggio 1936 con la conquista di Addis Abeba, vi sono appunto i gruppi squadroni di cavalleria coloniale. Costituiti da graduati e cavalieri indigeni, detti «penne di falco» (per la caratteristica penna portata verticalmente sul «tarbusch», il copricapo troncoconico degli ascari), al comando di ufficiali, sottufficiali e graduati nazionali, i gruppi si sono dimostrati alla luce dei fatti come l'unità operativa più adatta a combattere contro la guerriglia. Infatti la loro mobilità anche su terreni privi di strade, accidentati e resi impraticabili dalla stagione delle piogge, la celerità degli interventi, l'autonomia logistica e soprattutto l'entusiasmo e la combattività che ufficiali e sottufficiali di cavalleria sono riusciti a trasfondere negli ascari, si sono dimostrati fattori determinanti per contrastare un nemico spesso di molto superiore per numero, sempre più agguerrito per armamento ed abilissimo nello sfruttare le opportunità di attacco e sorpresa, di difesa e di ritirata offerta dalle montagne e dalle dell'altopiano.

 

Nell'alto Scioa una delle formazioni più aggressive è una grossa banda di guerriglieri amhara che minaccia un vasto territorio sia a sud che a nord del tratto Akaki-Moggio della linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti ed è sempre riuscita a dileguarsi dopo ogni incursione, evitando scontri in campo aperto. Per intercettarla il Comando Truppe dello Scioa ha disposto di effettuare un rastrellamento a largo raggio con reparti di fanteria e cavalleria. Uno di questi è appunto la colonna di cavalleria Morigi costituita dal IV Gruppo Squadroni e dalla banda a cavallo “Auasc” della P.A.I., assegnata per l'occasione al t. colonnello Morigi come rinforzo.

 Fanno parte del IV Gruppo: il capitano Giuseppe Crapa; i tenenti Paolo Ragioni, Luigi Fiorillli e Ugo Del Vecchio; i s. tenenti Marcello Gattino e Giuseppe Cimino; il s. tenente medico Giuseppe D'Alessandro; il s. tenente veterinario Luigi Gimelli; i sergenti magg. Angelo Giulianelli, Giuseppe Meccheri e Cesare Baradel. La banda a cavallo «Auasco è al comando del s. tenente Bruno De Martinez che ha alle sue dipendenze il maresciallo Giuseppe Contu e il caporalmaggiore Gustavo Gavin.

Da un mese con il IV Gruppo c'è anche Dino Buzzati che si sente subito attratto dalla vita avventurosa del reparto di cavalleria che va attraverso il paese come una carovana sempre in movimento, sfidando i pericoli. Lo scrittore sente l'incanto degli spazi aperti dell'altopiano, il raccoglimento degli accampamenti sotto la pioggia e la poesia dei bivacchi vespertini attorno ai fuochi che cementano l'amicizia e suscitano la confidenza degli uomini. Di-venta partecipe dei rapporti schietti e senza formalismi che legano comandante e subalterni e sono ispirati più dalla reciproca stima che dal grado.

 

Morigi si è subito preoccupato di migliorare la scarsa pratica di equitazione che ha Buzzati che, dopo un me-se di «istruzione», è così in grado di affrontare a cavallo anche le andature più impegnative sul terreno accidentato e reso molle e scivoloso dalle continue precipitazioni della stagione delle piogge. Ha inoltre messo a disposizione dello scrittore un fidato attendente a cui ha dato ordine di seguirlo sempre quando monta a cavallo. L'ascari si chiama Ghilò e diventerà protagonista ideale del suo racconto.

 

Giulio Morigi