Curatore: Massimo Coltrinari; email:direttore.cesvam@istitutonastroazzurro.org.it) ll blog è attivato per ricevere note, articoli, saggi, studi, contributi, notizie e documenti sulla attività del Corpo Italiano di Liberazione operante nelle Marche dal giugno al settembre 1944 ed altri contributi sulla storia delle Marche nella Guerra di Liberazione 1943-1945. e per approfondimenti di Storia Militare delle Marche nell'ambito del Club Ufficiali Marchigiani.
I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli
Bivio per Casteld'Emilio, sotto Paterno: La popolazione civile, in maggioranza femminile in quanto gli uomini erano nascosti applaude al passaggio dei carri polacchi
sabato 28 febbraio 2026
venerdì 20 febbraio 2026
Carte Giorgio Morigi. Africa. La Carica di Tulludintù II Parte
( La prima parte è stata pubblicata con post in data 10 febbraio 2026)
Giorgio
Morigi e Dino Buzzati
La
mattina del 20 luglio, dopo giorni di vane ricerche della formazione ribelle,
la colonna Morigi esplora la regione del monte O fu, avanzando con i cavalli
alla ma-no, quando un lontano crepitio di mitragliatrice segnala finalmente la
presenza del nemico.
Dopo
un primo combattimento con la retroguardia ed una rapida ricognizione di una
pattuglia comandata dal capitano Crapa, il t. colonnello Morigi si rende conto
che la banda di partigiani amhara, vistasi intercettata, si è fermata
schierandosi a difesa su un esteso ciglione roccioso protetto da grossi macigni
che, ai piedi del colle di Tulludintù, chiude una vasta vallata pianeggiante
che si apre davanti al Gruppo. Finalmente i guerriglieri preferiscono fermarsi
ed accettare di battersi attestati su una posizione dominante e protetta
anziché tentare una manovra di sganciamento che li esporrebbe al rischio di
essere poi raggiunti ed attaccati allo scoperto dalla cavalleria.
La
distesa pianeggiante che separa i contendenti è accidentata ma galoppabile;
comunque è necessario attra versarla tutta prima di arrivare sotto le difese
avversarie. Non c'è tempo da perdere e Morigi, per evitare la concentrazione
del fuoco delle armi automatiche, che il ne-mico ha sicuramente appostato in
qualche punto del suo
Scioa,
Etiopia luglio 1939 Ascari del IV gruppo e Buzzati
schieramento,
sui suoi squadroni raggruppati in un'unica e lunga carica su terreno aperto,
ordina al s. tenente De Martinez di iniziare subito l'attacco con la sua banda
a cavallo, sfruttando la parziale copertura della boscaglia su lato sinistro.
Subito
dopo, mentre il nemico impegnato con slancio dalla banda <<Auasc>>
è costretto a scoprire il suo principale centre di fuoco, vi guida contro la
carica di tutto il Gruppe Squadroni.
È
un galoppo a grande andatura, su un terreno rotto che sembra non finire più
sotto la grandine dei proiettili, tra le grida di guerra delle «penne di falco»
e le urla dei caduti. Tra i primi viene colpito a morte Ghilò, l'atten-dente di
Buzzati, ma lo scrittore prosegue la sua corsa sotto il fuoco con gli altri
cavalieri, ben saldo in sella. Non ha visto cadere l'ordinanza.
Poi
tutto si svolge rapidamente. Giunti ai piedi del rilievo su cui sono appostati
gli avversari i cavalieri salta-no a terra, si inerpicano di corsa tra le rocce
seguendo il comandante del Gruppo ed assalgono con le bombe a ma-no e le armi
bianche i guerriglieri che si sono ora schierati dietro muretti di pietra e continuano
a far fuoco. La resistenza è accanita ma alla fine il nemico, attaccato anche
da sinistra dalla banda «Auasc>> del s. tenente De Martinez, che si batte
valorosamente, viene sopraffatto. I nuclei superstiti tentano di disimpegnarsi
fuggendo ma sono a loro volta duramente battuti dal fuoco delle armi pesanti, portate
subito in linea dal reparto mitraglieri del Gruppo, e poi ancora inseguiti
dalle «penne di falco» di nuovo balzate a cavallo.
Buzzati,
che ha partecipato a tutta l'azione con una freddezza da veterano ma con
l'entusiasmo del novizio descrive il combattimento assumendo nel racconto, come
in altre sue corrispondenze di guerra, lo pseudonimo di <<tenente
Drogo>> il protagonista de «Il Deserto dei Tartari»: ...«Su cavallini,
ancora più presto, altrimenti sarà troppo tardi, ecco l'ora tante volte pensata,
l'ora che si sarebbe detta impossibile, la battaglia nel sole entro la valle deserta,
lanciati a galoppo sfrenato, più bello di così non potrebbe essere, tutto è
proprio identico ai sogni»...
...<<Ancora
trecento, ancora duecento metri, un ultimo sforzo bei cavallini, almeno fino a
quella barriera di rocce do-ve sarà necessario smontare. Il colonnello è avanti
a tutti, difficile stargli dietro. Non molto distante galoppa Drogo e dopo
Drogo galoppa Ghilò, preoccupato di non lasciarlo un istante. Eppure anche
Ghilò si direbbe impazzito. - Amorà ratiè, amorà ratiè ratiè! - egli rugge,
preso da una felicità terribile, e spara a casaccio verso il ciglione, anche se
l'ordine è di aspettare. Drogo sente la sua voce alle spalle, ma ben presto non
la distingue più nel crescente tumulto di grida. Pallottole maledette, chi
andate ora cercando con la vostra flebile voce? Piccoli fischi si producono
infatti nell'aria, a breve distanza zol-lette di terra schizzano in sù senza
apparente ragione. Amorà ratiè-, arrivano i falchi!>>>>
<<<<Arrivano
i falchi allo sbarramento di rocce, facendo crepitar l'aria di spari. Il
colonnello è già salito in ci-ma, con la sua voce acuta da ragazzo ha ordinato:
il primo squadrone alla mia sinistra, a destra il secondo! Il frustino in mano
e null'altro ora corre a piedi verso un gruppo di sinistre capanne, chiuse da
muri di pietra. I ribelli sono appostati là dentro, dagli interstizi dei muri
sporgo-no decine di canne che stanno diventando ormai roventi, ma gli ascari si
lanciano contro gridando Savoià, Savoià, ormai è questioni di pochi metri.
Piccole scatolette me talliche descrivono una breve parabola e cascano dietro i
muretti producendo detonazioni e morte»...
«Non
è però ancora finita, il colonnello ordina nuovamente: a cavallo! per inseguire
il drappello superstite, e tutti balzano in sella, fuori che il tenente Drogo,
rima-sto senza cavallo. Chissà dove l'attendente è andato a finire».
<<-
Ghild, Ghilò! - chiama Drogo cercando intorno tra gli ascari, ma nessuno
risponde: comandi, come finora è sempre avvenuto. Egli chiede allora a un
graduato: - Tas-sammà, sciumbasci! - grida a tutta voce. Tassammà, do-ve stare
Ghilò?-. E lo sciumbasci dice: -Ghilò stare morto->>>>
<<Ghilò
stare morto sull'erba e a due passi il cavallo pascola, aspetta che lui si rialzi.
Invece l'ascari non si muove, la sua candida anima è uscita dall'involucro nero
e sta navigando lassù, non forse diretta alle supreme sfere ma almeno al cielo
degli spiriti semplici e buoni».
Il
combattimento è ormai finito ed i morti vengono pietosamente sepolti mentre
tutti i cavalieri presentano le armi. In questa guerra di movimento non è
consentito sostare, la marcia deve riprendere.
Sul
posto, a ricordo dei caduti, rimarranno solo tu-muli di pietra <<...che
le piogge, l'erba e gli anni faranno presto sparire>> - scrive Buzzati -
<<Poi i giorni, come succede qui in Africa, fuggiranno simili al
vento...>>>
La
carica di Tulludintù sarà ricordata per l'impeto travolgente con cui è stata
condotta e la vittoria risoluti-va come uno dei maggiori successi realizzati
nella campagna contro la guerriglia in Etiopia.
Lo
scrittore lascerà con nostalgia il Gruppo, destina-to a nuove operazioni militari
ed a rivivere le intense emozioni dei combattimenti, e concluderà il suo
articolo con il ricordo commosso e fiabesco del fedele attendente che immagina
destinato ad una illimitata licenza celeste con gli altri caduti come lui in
battaglia:
<<Ghilò
farà ancora il leone, con la differenza che lassù i ruggiti gli riusciranno
meglio»... «Ghilò avrà potenti artigli, denti grandi e fortissimi, una superba
criniera co-lor del sole e andrà balzando di nuvola in nuvola mandan-do
giocondi ruggiti».
Giulio
Morigi
martedì 10 febbraio 2026
Carte di Giorgio Morigi. Africa. La Carica di Tulludintù I Parte
La
carica di Tulludintù
Giorgio
Morigi e Dino Buzzati
“Quella
mattina - ed è una storia ormai lontana - quella mattina l'ascari Ghilò aveva
fatto la voce del cane. Da due ore il gruppo marciava in direzione di oriente
verso remote montagne, il sole era opaco e non faceva né caldo né freddo. Gli
ascari avanzavano conducendo a mano i cavalli, giovani uomini atti alle armi.
In testa erano gli ufficiali, poi venivano i soldati neri. Avevano moschetti,
sciaboloni curvi, bombe a mano, mitragliatrici leggere e pesanti, perché era il
tempo che giravano ancora i ribelli..”.
Così
comincia l'articolo sulla carica di Tulludintù che Dino Buzzati scrisse nel
1939 per il Corriere della Sera con il titolo «L'ascari Ghilò, leone». Detto
articolo è compreso nel libro Dino Buzzati - Cronache Terrestri a cura di
Domenico Porzio, Arnoldo Mondadori Editore, quale raccolta di corrispondenze di
guerra ed altri racconti dello scrittore.
Secondo
uno stile del tutto personale, seguito anche in altre sue corrispondenze di
guerra, il giornalista trasforma la cronaca in una specie di favola fuori dal
tempo, senza riferimenti precisi a luoghi, date e persone. D'altra parte non
sarebbe stato possibile pubblicare sulla stampa nazionale nel 1939 (l'articolo
comparve sul Corriere della Sera due mesi dopo i fatti) una corrispondenza da
cui risultava nei particolari la presenza in Etiopia di un'attività di guerriglia
che la propaganda del regime non gradiva fosse nota alla massa degli italiani
nelle sue reali e preoccupanti dimensioni, a più di tre anni dalla
proclamazione dell'Impero. Si capisce così la necessità per Buzzati di inserire
nel suo racconto annotazioni come: «...ed è una storia ormai lontana.... e ...
era il tempo che giravano ancora i ribelli...».
Dunque,
nel luglio 1939, Buzzati, inviato speciale del Corriere della Sera, si trova al
seguito del IV Gruppo Squadroni Cavalleria Coloniale nell'alto Scioa. Ha
conosciuto ad Addis Abeba il ten. colonnello Giorgio Morigi, comandante del
Gruppo, ed ha chiesto di seguirlo nelle opera-zioni militari contro la
guerriglia. Questo episodio della vita di Buzzati come corrispondente di guerra
è poco поto. Lo ricordò Max David sul Corriere della Sera del 25 novembre 1972
in seguito alla pubblicazione, fatta pochi giorni prima sullo stesso giornale,
di un elzeviro di Indro Montanelli sul «comportamento in guerra di Dino
Buzzati.
Nello
Sioa gli «s bergnuoc» (partigiani) amhara hanno ripreso lena infiltrandosi in
tutta la regione, galvanizzati dall'esempio del ras Abebè Aregai, l'astuto ed
ormai leggendario capo della resistenza che, senza cedere alle lusinghe del
governo coloniale, è riuscito a sfuggire a tutti i rastrellamenti tra le
montagne dell'ancoberino tenendo viva la fiamma della ribellione in tutto il
paese, anche se ha visto le sue formazioni sconfitte in molti combattimenti.
Tra
le truppe impiegate dal Comando Superiore FF.AA. contro le forze ribelli, in
una vera e propria guerra, ufficialmente non ammessa dal regime ma che sotto
molti aspetti è più dura, incerta e logorante della campa-gna d'Etiopia,
considerata con ottimismo conclusa nel maggio 1936 con la conquista di Addis
Abeba, vi sono appunto i gruppi squadroni di cavalleria coloniale. Costituiti
da graduati e cavalieri indigeni, detti «penne di falco» (per la caratteristica
penna portata verticalmente sul «tarbusch», il copricapo troncoconico degli
ascari), al comando di ufficiali, sottufficiali e graduati nazionali, i gruppi
si sono dimostrati alla luce dei fatti come l'unità operativa più adatta a
combattere contro la guerriglia. Infatti la loro mobilità anche su terreni
privi di strade, accidentati e resi impraticabili dalla stagione delle piogge,
la celerità degli interventi, l'autonomia logistica e soprattutto l'entusiasmo
e la combattività che ufficiali e sottufficiali di cavalleria sono riusciti a
trasfondere negli ascari, si sono dimostrati fattori determinanti per
contrastare un nemico spesso di molto superiore per numero, sempre più
agguerrito per armamento ed abilissimo nello sfruttare le opportunità di
attacco e sorpresa, di difesa e di ritirata offerta dalle montagne e dalle
dell'altopiano.
Nell'alto
Scioa una delle formazioni più aggressive è una grossa banda di guerriglieri
amhara che minaccia un vasto territorio sia a sud che a nord del tratto
Akaki-Moggio della linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti ed è sempre riuscita a
dileguarsi dopo ogni incursione, evitando scontri in campo aperto. Per
intercettarla il Comando Truppe dello Scioa ha disposto di effettuare un
rastrellamento a largo raggio con reparti di fanteria e cavalleria. Uno di
questi è appunto la colonna di cavalleria Morigi costituita dal IV Gruppo
Squadroni e dalla banda a cavallo “Auasc” della P.A.I., assegnata per
l'occasione al t. colonnello Morigi come rinforzo.
Da un mese con il IV Gruppo c'è anche Dino Buzzati che si sente subito attratto dalla vita avventurosa del reparto di cavalleria che va attraverso il paese come una carovana sempre in movimento, sfidando i pericoli. Lo scrittore sente l'incanto degli spazi aperti dell'altopiano, il raccoglimento degli accampamenti sotto la pioggia e la poesia dei bivacchi vespertini attorno ai fuochi che cementano l'amicizia e suscitano la confidenza degli uomini. Di-venta partecipe dei rapporti schietti e senza formalismi che legano comandante e subalterni e sono ispirati più dalla reciproca stima che dal grado.
Morigi
si è subito preoccupato di migliorare la scarsa pratica di equitazione che ha
Buzzati che, dopo un me-se di «istruzione», è così in grado di affrontare a
cavallo anche le andature più impegnative sul terreno accidentato e reso molle
e scivoloso dalle continue precipitazioni della stagione delle piogge. Ha
inoltre messo a disposizione dello scrittore un fidato attendente a cui ha dato
ordine di seguirlo sempre quando monta a cavallo. L'ascari si chiama Ghilò e
diventerà protagonista ideale del suo racconto.
Giulio
Morigi
