I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli

I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli
Bivio per Casteld'Emilio, sotto Paterno: La popolazione civile, in maggioranza femminile in quanto gli uomini erano nascosti applaude al passaggio dei carri polacchi

venerdì 30 gennaio 2026

Infermiere nella Seconda Guerra Mondiale L'Onore del Dovere

 

Prof. Sergio Benedetto Sabetta



In questi freddi venti di guerra che aleggiano sulla Terra rinascono i ricordi e i racconti sulle guerre mondiali che travolsero l’Europa nel corso del Novecento, in particolare l’attività di infermiera di mia madre Mattiuzzo Rita Clementina e quello che mi raccontava.

Il 10 giugno del 1940 Mussolini dichiarava la guerra a Francia e Inghilterra, nel tentativo di potersi sedere da vincitore a fianco della Germania nella inevitabile Conferenza di pace che sarebbe seguita alla occupazione di Parigi.

Tuttavia il 14 giugno la flotta francese uscita da Tolone si presentò indisturbata innanzi a Genova e aprì il fuoco, causando pochi danni ma molto panico tra la popolazione, tanto che molte infermiere dell’Ospedale di S. Martino si dimisero rientrando nel basso Piemonte.

Caposala erano allora le suore rientranti nell’Ordine delle Figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli, dette pure affettuosamente per il loro grande copricapo inamidato “suore cappellone”, queste chiesero alle infermiere rimaste se conoscevano persone fidate senza timore, disposte ad assumere immediato servizio.

In quel tempo lavorava quale infermiera nel guardaroba, dove venivano sterilizzati e cuciti gli indumenti ospedalieri, la sorella di mia madre Serafina, che da giovane era stata in collegio dalle suore a San Gallo in Svizzera dove aveva imparato elementi di sartoria, al ritorno era stata inviata, su interessamento del parroco, all’Ospedale S. Martino di Genova.

Il nonno Raimondo, loro padre, era stato artigliere in territori in stato di guerra per circa 10 anni, dalla guerra di Libia alla Grande Guerra, fino a che con la rotta di Caporetto il fronte dal novembre 1917 al novembre 1918 si stabilizzò sul Piave, i territori e la casa che erano sul Piave tra Nervesa della Battaglia, ai piedi del Montello, ed Arcade furono devastati dai combattimenti e dai bombardamenti otre che saccheggiati, la nonna con i figli si rifugiò dal proprio padre a Paese (TV), qui nel marzo del 1918 nacque mia madre.

Il dopoguerra fu estremamente difficile, andata a lavorare a tredici anni in filanda, dopo quattro anni fu chiamata a Genova dalla zia, che avendo aperto un esercizio alimentare a Di Negro per i lavoranti del porto, aveva bisogno di aiuto, dopo un ulteriore periodo presso i marchesi Maineri, nel giugno 1940 su segnalazione della sorella fu assunta in prova ,quale generica, presso l’Ospedale di S. Martino.

I bombardamenti aerei si succedevano e sui tetti dei padiglioni erano dipinte delle grandi croci rosse per segnalare il ruolo sanitario di ospedale, l’ordine era di portare nei rifugi i ricoverati che venivano molte volte portati a spalla per le scale, ma di restare a loro fianco se si rifiutavano di scendere, finché un giorno venne centrato in un bombardamento un padiglione e i ricoverati con le infermiere e un dottore rimasero sotto le macerie, da allora l’ordine fu di lasciare soli i ricoverati che si rifiutavano di scendere ai rifugi fino al cessato allarme, il trasporto a mano dei malati comportò negli anni una grave scogliosi ed una borsite al ginocchio.

Da Corso Firenze dove le due sorelle abitavano, all’Ospedale vi era un collegamento con mezzi pubblici, ma molte volte la guerra imponeva un percorso a piedi che a partire dall’8 settembre 1943 poteva risultare pericoloso per i vari blocchi di controllo dei tedeschi o delle milizie della RSI, le infermiere venivano quindi dotate della fascia bianca con croce rossa al braccio al fine di potere superare eventuali controlli e il blocco del coprifuoco notturno.

I bombardamenti si susseguivano e con essi gli allarmi aerei, si dormiva con la valigia pronta per correre ai rifugi finché, verso la fine della guerra, la stanchezza era tale che talvolta si preferiva restare a casa rischiando, piuttosto che correre al rifugio dovendosi alzare per il turno lavorativo.

In un bombardamento fu centrato l’accesso di una galleria, il fumo e l’esplosione determinò una ondata di panico che fece riversare le persone all’uscita, ci furono decine di morti per schiacciamento e soffocamento, i corpi furono deposti sul piazzale delle camere mortuarie a S. Martino dove venivano i parenti per il riconoscimento. (La tragedia della Galleria delle Grazie, 23 ottobre 1942, circa 354morti)

Altre volte dopo un bombardamento particolarmente cruento, il percorso verso l’Ospedale era costellato dai corpi di coloro che erano rimasti sotto le bombe e dall’opera dei Vigili del Fuoco che cercavano di spegnere gli incendi, aprendo varchi tra le macerie in nuvoli di polvere.

Vi era una carenza cronica di beni alimentari e la loro distribuzione mediante tessera annonaria era insufficiente, tra l’altro nella guerra molti erano gli sbandati, in questo mia madre era stata assegnata al reparto tubercolosi nel padiglione più a nord, isolato per timore del contagio, la sorella le ricordava sempre di lavarsi le mani e di non toccarsi la bocca, un ulteriore elemento di ansia, le disposizioni prevedevano che tutto il cibo che avanzava nella distribuzione avrebbe dovuto essere gettato, ma a lei ed alle altre infermiere sembrava un affronto alla fame, quindi veniva distribuito clandestinamente ai poveri che affluivano attraverso una porticina di servizio aperta appositamente.

La suora Caposala lo venne a sapere e chiese chiarimenti, le infermiere spiegarono che nella carenza di cibo in atto gettarlo via perché non assegnato sembrava loro una offesa al buon senso, la suora dopo una breve riflessione disse loro di continuare ma con prudenza, lei avrebbe fatto finta di non sapere altrimenti avrebbe dovuto intervenire.

I rapporti con le truppe tedesche e i raparti della RSI erano molto formali, per arrivare all’Ospedale di S. Martino si doveva passare davanti alla Casa dello Studente, una costruzione del ventennio destinata ad ospitare gli universitari fuori casa, durante l’occupazione divenne un luogo di detenzione per oppositori politici, circondata da filo spinato e sorvegliata da sentinelle.

Quando si passava davanti si sentivano i lamenti e le urla provenienti dai sotterranei dove erano torturati e rinchiusi gli oppositori, si doveva rimanere indifferenti e proseguire pena l’arresto se si mostrava curiosità o pietà, all’interno dell’Ospedale vi erano alcuni padiglioni riservati ai tedeschi e ai militi della RSI anche in questo caso vi doveva essere indifferenza, niente commenti o curiosità.

Al momento della liberazione ai primi spari la mamma con la sorella erano in servizio alla fine del turno le furono date da indossare le fasce per il braccio della croce rossa, tuttavia dovevano passare per Piazza Terralba da dove sparavano in continuazione sulla strada degli elementi fascisti asserragliati in una palazzina isolata a due piani, fino il caricatore veniva immediatamente sostituita l’arma per mantenere costante il volume del fuoco, non volevano arrendersi ai partigiani aspettando gli Alleati per la resa.

Per attraversare la strada sotto il fuoco costante occorreva aspettare i pochi secondi del cambio d’arma, sperando che il fuoco non fosse in quel momento alternato con una seconda arma.

Da una parte e dall’altra della strada vi erano due partigiani che controllavano il tiro proveniente dalla casa, nel momento che cessava ad un loro segno si attraversava correndo la strada, sperando che non vi fosse stato un errore e di non cadere, con il cuore in gola una sorella alla volta attraversavano correndo a perdifiato la strada.

Nell’Ospedale vi era un servizio di sorveglianza interna di guardie giurate che oltre all’entrata passavano di notte per i padiglioni, controllando che tutto procedesse tranquillo e che le infermiere non si addormentassero, facendo altrimenti rapporto alla Direzione, a tal fine nella sala infermiere queste si erano dotate di una caffettiera napoletana per la notte poteva accadere che prevalesse la stanchezza e ci si addormentasse con la testa sul tavolo.

Le medicine erano preziose ed erano quindi chiuse a chiave in un armadietto metallico, la quale era conservata dalla suora Caposala che provvedeva alla consegna delle medicine alle infermiere secondo il piano medico.

La stanchezza e la tensione continua della guerra poteva portare a compiere errori, alla fine della guerra l’atmosfera si fece più leggera, gli Alleati rifornirono di medicine l’Ospedale, affluirono cibo, vestiario e strumentazione si circolò senza la paura di improvvisi rastrellamenti, oltre alla fine dei bombardamenti, le giovani infermiere si fecero fotografare sorridenti sedute sull’erba nei giardini di S. Martino.

martedì 20 gennaio 2026

Carte di Giorgio Morigi Africa II Parte La Carica di Monte Tigh

(post in data 10 gen 2026 Partre I)

Sacrificandosi eroicamente a Monte Tigh il s.ten. Thun diventa un simbolo ed un esempio per tutta la ca-valleria coloniale. Alla sua memoria viene infatti concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare

***

Per la carica di Monte Tigh, e per le altre azioni nel Goggiam nel periodo marzo-luglio 1938, venne concessa al gagliardetto del IV Gruppo Squadroni la croce di guerra al V.M.

 

Il comandante dell'XIª brigata coloniale, ten. col. Lorenzini, propose il ten. col. Morigi per il conferimento dell'ordine militare di Savoia (poi convertito in medaglia d'argento al V.M.) con questa relazione: «... Ma dove ebbi, in modo particolare, ad ammirare la prontezza di decisione, il coraggio a tutta prova e lo slancio trascinatore del ten. colonnello Morigi e constatare quanto efficace fosse da parte sua la preparazione morale del IV Gruppo Squadroni Cavalleria, alla tanto attesa prova, fu nel combattimento del giorno 28 marzo a Monte Tigh, definito dai ribelli capeggiati dal capo Bellai Zellechè la porta del Goggiam, da loro tenacemente difesa.

 

Nella relazione annessa è detto quanta parte abbia avuto il gruppo squadroni nell'attaccare ed occupare det-ta importantissima posizione.

 

Al ten. colonnello Morigi, giunto a portare il contributo dell'incontenibile slancio suo e del suo gruppo super-bo, toccò in tale occasione la parte piú ardua e più brillante dell'azione, conclusasi con tale affermazione da parte nostra da fiaccare, per sempre l'albagia del capo ribelle e dei suoi seguaci che non osarono piú, in seguito, affrontare le nostre truppe.

 

Per quanto sopra propongo il t. colonnello Morigi per il conferimento dell'ordine militare di Savoia, con la seguente motivazione:

 

Bella figura di ufficiale superiore, entusiasta, animato-re e trascinatore di uomini, formò del suo reparto con azione continua improntata a fede ed entusiasmo, a profonda conoscenza degli animi ed a grande perizia, uno strumento di guerra poderoso. Alla testa del suo gruppo, in aspra azione contro formazioni ribelli ben agguerrite che ave-vano impegnata una intera brigata, in una impetuosa carica risolveva fulmineamente a nostro vantaggio l'azione conclusasi con pieno scacco dell'avversario che restava fiaccato definitivamente. Sulle posizioni conquistate fanti ed artiglieri, ammirati da tanto slancio levavano un applauso di ammirazione e gratitudine all'indirizzo del gruppo squadroni e del suo impareggiabile comandante».

 

La carica di Monte Tigh fu uno dei molti episodi, nel corso delle operazioni militari in Etiopia, in cui l'im-piego della cavalleria si dimostrò determinante ai fini della vittoria.

 

Nei combattimenti contro formazioni nemiche ben agguerrite e che sapevano sfruttare a proprio vantaggio la conoscenza del terreno accidentato e privo di strade carrozzabili, attaccando improvvisamente le nostre forze e dileguandosi con altrettanta rapidità, solo la cavalleria poteva infatti seguire le mosse del nemico con la tempestività necessaria ed intervenire con successo in ogni frangente. D'altra parte il territorio delle operazioni, per quanto montagnoso, interrotto da fiumi, torrenti, ripidi costoni e profondi burroni, presentava negli altopiani un terreno quasi sempre galoppabile e lasciava quindi campo all'impiego del cavallo nelle azioni offensive. Se poi il ca-vallo non trovava spazio, i cavalieri sapevano immediata-mente trasformarsi in cacciatori a piedi mantenendo immutati l'impeto e l'aggressività. Ciò era dovuto al particolare spirito di corpo che si era venuto a formare in se-no ai gruppi squadroni. Ufficiali, sottufficiali e graduati nazionali erano per lo piú volontari, entusiasti e di prova-to valore e gli ascari, portati istintivamente a giudicare i loro comandanti per il comportamento sotto il fuoco e non per il grado, vedendoli esporsi davanti a tutti in com-battimento si esaltavano e li seguivano emulandoli.

 

Lo stesso valore seppero dimostrare i gruppi squadroni combattendo contro le forze inglesi nel corso del 2º conflitto mondiale in cui incontrarono una morte gloriosa an-che molti dei cavalieri di Monte Tigh. ***

Giulio Morigi”

 

“L’articolo dimostra come ancora nel 1938 le forze ribelli erano consistenti. Reparti italiani di elites erano impegnati per il controllo del territorio. Un dato che direttamente dimostra come l’Impero non era stato completamente pacificato.



[1] Morigi G., La carica di Monte Tigh e l’eroico sacrificio del sottotenente di cavalleria Giovanni Thun Hohenstein, M.O.V.M, Etiopia, 28 marzo 1938, in Rivista di Cavalleria, n. 2 del 1988, Carteggio Giulio Morigi.

sabato 10 gennaio 2026

Carte di Giorgio Morigi. Africa. I Parte La Carica di Monte Tigh

 


Giorgio Morigi fu un Combattente d'Africa prima di essere il comandante dei Paracadutisti a Filottrano

Che l’Impero non era stato pacificato lo dimostrano innumerevoli fatti, che dimostrano come la Resistenza etiope, o ribellione, era una realtà seria. Attraverso una ricostruzione sulle base di documentazione di famiglia, si riporta un articolo[1] che offre un quadro, ancorchè locale, della situazione militare.

 

<... la strada spazzata da duecento cavalieri che, lanciati allo sbaraglio, in trenta minuti avevano totalmente cambiato la situazione là dove prima tre battaglioni di fanteria con due batterie di artiglieria avevano difficoltà ad avanzare. Fu battaglia solo di cavalleria, le armi leggere e pesanti non poterono seguire l'andatura degli squadroni, non intervennero quindi nella lotta perchè rimaste lontane. Fu solo il cavallo fu solo lui che dette la gioia della vittoria... (dalla relazione del t.col. Giorgio Morigi, comandante del IV Gruppo Squadroni Cavalleria Coloniale, sulla carica di Monte Tigh).

***

Il 28 marzo 1938 giunge al Comando Superiore FF.AA. di Addis Abeba questo messaggio radio: «Monte Tigh, 29 km. guado Safartac, caduto nostre mani... Eroicamente Caduto testa suo plotone durante ardita carica s.ten. Thun Hoehenstein, feriti s.ten. medico Ortelli e cap. magg. Di Stefano, 11 ascari uccisi, cavalli 20...».

E questa la prima notizia, sulla forma stringata del marconigramma, di una delle cariche più brillanti della nostra cavalleria coloniale che a Monte Tigh, nel Goggiam, risolve con un'azione decisa e travolgente, che assicura alle nostre armi un successo definitivo, la pericolosa situazione in cui si è venuta a trovare l'XIª Brigata coloniale attaccata improvvisamente da una forte formazione nemica. Ne sono protagonisti, al comando del ten. col. Giorgio Morigi, il IV Gruppo Squadroni e il 2º squadrone (cap. Paolo Lombardo di Cumia) del Iº Gruppo, che è di rinforzo al IV° per le operazioni militari nella regione.

 

All'inizio del 1938, nel quadro della campagna predisposta contro la guerriglia che dilaga nei territori in     rivolta, si presenta soprattutto grave la situazione del Goggiam, territorio montagnoso per gran parte circoscritto dal Nilo Azzurro e isolato per la mancanza di vie d'accesso, abitato da una popolazione fiera e ribelle difficilmente governabile in passato anche per i negus.

Il piano d'operazioni del Comando Superiore FF.AA. di Addis Abeba (gen. Ugo Cavallero) prevede l'«ingabbiamento dell'intera regione ed un'azione convergente delle nostre forze provenienti da nord e da sud. Una colonna proveniente da sud, di cui fanno parte anche l'XIª Brigata coloniale ed il IV Gruppo Squadroni, attraversa il Nilo Azzurro su un ponte di barche gettato dal genio a Safartac, ove è stata costituita una testa di ponte fin dal mese di febbraio. Già in questa fase si verificano scontri con raggruppamenti nemici che, annidati nei valloni che scendono al Nilo, tentano di impedire il passaggio alle nostre forze dalla sinistra alla destra del fiume. Alla fine di marzo la colonna si appresta a proseguire verso il nord, seguendo la pista che porta a Debra Marcos, per poi riunirsi alle colonne provenienti dalle altre direzioni. Il mattino del giorno 28 I'XIª Brigata, che si trova in ricognizione, viene improvvisamente attaccata da una forte formazio-ne di oltre mille guerriglieri amhara del noto capo Bellai Zellechè la quale, decisa a sbarrare la strada per Debra Marcos e appostata alle falde del Monte Tigh, una picco-la altura che chiude come una porta naturale l'ingresso da sud-est del Goggiam, immobilizza con un fuoco molto nu-trito le fanterie e l'artiglieria e minaccia di aggirarle.

A pochi chilometri di distanza si trovano gli squadroni che, richiamati da un portaordini a cavallo inviato d'urgenza dal comandante della brigata, accorrono immediatamente compiendo al trotto allungato ed al galoppo il percorso che li separa dal luogo dello scontro.

 

Raggiunte le nostre fanterie, già impegnate in combattimento, gli squadroni non si arrestano ma continua-no sullo slancio al galoppo, che si trasforma in una carica impetuosa, perchè il t. col. Morigi, che si trova in testa al gruppo, si rende subito conto della gravità della situa-zione e della posizione del nemico e decide di attaccarlo senza perdere tempo. Mentre supera in corsa il comandante della brigata, t. col. Lorenzini, che gli sta facendo cenni d'intesa, grida solo un breve ma esplicito “sì, ho capito!” e prosegue. I due ufficiali superiori hanno già combattuto assieme, si stimano reciprocamente e si comprendono al volo. Il comandante della brigata ha un'il-limitata fiducia nel valore degli squadroni e, terminato il combattimento, ancora una volta griderà entusiasmato: “... quando arriva la cavalleria risplende il sole”.

 

Partecipano alla carica, ciascuno alla testa di un drappello di «penne di falco» che galoppano in ordine sparso, il ten. col. Giorgio Morigi, il cap. Paolo Lombardo di Cumia, il tenente Luigi Fiorilli, il tenente Camillo della Noce, il s. tenente medico Ortelli, il s. tenente Giovanni Thun, il serg. magg. Marcello Gattino, il s. tenente Giuseppe Cimino, il serg. magg. Marcello De Franceschi, il serg. magg. Giuseppe Meccheri, il serg. magg. Angelo Giulianelli, il cap. magg. maniscalco Salvatore Germano e il cap. magg. maniscalco Mario Di Stefano.

L'azione è così rapida che il nemico non riesce a concentrare subito tutto il fuoco delle sue armi sui nuovi avversari se non quando se li trova ormai a distanza ravvicinata. Lo scontro è violentissimo. In un groviglio di uomini e di cavalli e nel frastuono degli scoppi, della fucileria, delle urla dei combattenti e dei lamenti dei feriti, il fronte nemico viene travolto in pochi minuti a colpi di bombe a mano, sciabola e pistola, poi la lotta prosegue in tanti combattimenti separati per annientare la resistenza dei ribelli che ancora combattono valorosamente sorgendo all'improvviso e numerosissimi tra le alte erbe della prateria.

 

E a questo punto che il ten. colonnello Morigi scorge un altro nucleo di guerriglieri e, temendo che stia pren-dendo posizione con le armi automatiche, grida ai suoi di seguirlo e muove nella nuova direzione d'attacco. Nella confusione della mischia il s. tenente Thun per primo supera il suo comandante, che è venuto a trovarsi isolato, e investe a sciabolate gli avversari incurante del pericolo mortale a cui si espone. Dopo averne abbattuti due viene infatti a sua volta fulminato da un colpo di moschetto sparatogli a bruciapelo da un terzo nemico. Con il suo sacrificio salva così il comandante del gruppo, che si vede anch'egli già perduto, mentre ormai incalza un drappello di altri cavalieri, tra cui il serg. magg. Gattino, che risolve la situazione. Il suo uccisore viene trafitto dallo scium-basci dello squadrone con il gagliardetto raccolto pochi istanti prima dalle mani del portagagliardetto, caduto per la morte del cavallo.

 

Il nemico è ormai sconfitto e disperso definitivamente. La brigata Lorenzini è salva. La strada per Debra Marcos è aperta. Il successo è completo ed avrà vasta eco ma i cavalieri, estenuati per il durissimo combattimento, non riescono a gioirne perchè la perdita del s. tenente Thun rattrista tutti profondamente. Alto, aitante, signore nei modi e nell'animo, di carattere aperto e cordiale, il giovane ufficiale era infatti benvoluto

 

A distanza di molti anni il maresciallo Germano-che allora faceva parte, col grado di caporal maggiore mani-scalco, del 2º squadrone del 1º gruppo come il s.tenente Thun - ricorda ancora di avergli raccomandato all'inizio della carica di servirsi della pistola e non della sciabola durante l'attacco. L'eroico ufficiale continuò invece a cavalcare sorridente contro la morte brandendo il «kurade», la ricurva sciabola indigena, come un antico cavaliere. Se Egli avesse raccolto l'esortazione del suo subalterno avrebbe forse potuto precedere il nemico che gli sparò da un metro di distanza e si sarebbe salvato. Dopo il combattimento si scoprì infatti che fu colpito solo con l'ultima cartuccia rimasta nell'arma del suo avversario. Lo stesso Germano, che fu tra i primi a chinarsi sul suo corpo senza vita, ricorda che il s.tenente Thun giaceva supino con il volto sereno ed una mano sulla tasca in cui conservava un'immagine sacra ricevuta dalla madre. «Vico», il suo cavallo abissino baio, che era uno dei più veloci ed impetuosi dello squadrone, benchè rimasto «scosso» si era fermato vicino al suo cavaliere caduto quasi a vegliarlo. La salma verrà tumulata nel cimitero cattolico di Addis Abeba. Per un caso crudele del destino la prima notizia della morte del s. ten. Thun giungerà improvvisa al castello avito di Povo di Trento e riporterà solo il cognome del Caduto, rendendo atroce l'incertezza della madre e di tutta la famiglia ignara quale dei due figli combattenti in Etiopia, Giovanni o Sigismondo, sia realmente morto. Poi arriverà la conferma della morte di Giovanni che i particolari della sua eroica condotta in combattimento varranno a rendere meno amara.

 

Giovanni Stanislao Thun era nato a Vienna il 22 dicembre 1913 e discendeva dall'antica e nobile famiglia dei conti S.R.I. di Thun e Hohenstein le cui tradizioni erano legate all'arma di cavalleria. Aveva iniziato la carriera militare come s.ten. di complemento nel rgt. Cavalleggeri di “Vittorio Emanuele”. Volontario in Etiopia, ove l'istinto e l'entusiasmo gli avevano indicato che poteva trovare campo per le sue magnifiche qualità di cavaliere e di soldato, venne destinato al 1º Gruppo Squadroni di Cavalleria Coloniale col quale partecipò alle operazioni militari, distinguendosi subito per il suo valoroso comportamento e meritando una proposta al passaggio in s.p.e. (convertita dopo la morte in medaglia d'argento al V.M.) e una croce di guerra al V.M.

 

Sacrificandosi eroicamente a Monte Tigh il s.ten. Thun diventa un simbolo ed un esempio per tutta la ca-valleria coloniale. Alla sua memoria viene infatti concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare

Giulio Morigi.

( continua  post in data 20 gennaio 2026)

***




[1] Morigi G., La carica di Monte Tigh e l’eroico sacrificio del sottotenente di cavalleria Giovanni Thun Hohenstein, M.O.V.M, Etiopia, 28 marzo 1938, in Rivista di Cavalleria, n. 2 del 1988, Carteggio Giulio Morigi.