I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli

I Carri polacchi in marcia verso Castelferretti, al bivio di Casteld'Emilio, sotto Paterno 18 lugli
Bivio per Casteld'Emilio, sotto Paterno: La popolazione civile, in maggioranza femminile in quanto gli uomini erano nascosti applaude al passaggio dei carri polacchi

mercoledì 15 maggio 2013

Una vecchia relazione, in ricordo di Claudio Mallone.

Nella ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e dello sbarco alleato sul litorale pontino del 22 Gennaio 1944, il Lions Cub Anzio-Nettuno, presieduto dall’Ing. Giovanni Vallone, con il patrocinio dei Comitati del Distretto Lions 108L “150 anni dell’Unità d’Italia” “Rapporti con le forze Armate e Forze di Polizia”, ha organizzato, sabato 22 gennaio 2011, nella prestigiosa sala consiliare di Villa Sarsina ad Anzio, un convegno dal tema “Appuntamento con la Storia. Per non dimenticare il sacrificio di tanti uomini e donne di questo territorio”.
L’organizzatore e moderatore del convegno è stato il gen. Miche Corrado. Dopo aver accolto i numerosi ospiti e convenuti, Corrado,  ha dato la parola al Vice Sindaco di Anzio, che ha portato i saluti della città, e al presidente del Consiglio Comunale di nettuno (che riportiamo in un articolo successivo); poi ha svolto una ampia introduzione incentrata sui temi centrali del volume del primo relatore On. Prof. Domenico Fisichella, “Il Miracolo del Risorgimento Italiano”.  Questa ampia introduzione ha permesso al Prof. Fisichellia di poter entrare  subito in tema, sottolineando i temi che hanno portato alla formazione del popolo italiano in epoca preromana. Sottolineato il passaggio tra l’epoca romana e il feudalesimo, il relatore tratteggia con maestria il confronto tra la civiltà feudale e quella borghese e capitalista, la matrice dello stato nazionale a guida delle elites dinastiche. La rivoluzione francese ha esaltato il concetto di nazionalità, e ha portato sulle baionette in tutta Euorpa le ideee rivoluzionare, che il congresso di Vienna, nonostante ogni buona volontà, non riuscì ad estirpare.
Da qui il miracolo del risorgimento italiano della metà dell’ottocento e la nascita dello Stato unitario Italiano.
Corrado poi a dato  la parola al Prof. Alberto Sulpizi. Che ha trattato il tema “Anzio e Nettuno nel periodo di fine ’80: Amilcare Cipriani.” E poi al Dott. Vincenzo Monti “L’assistenza sanitaria a Nettuno ad Anzio prima e dopo l’Unità d’Italia”.
L’ultima relazione è stata tenuta dal gen. Massimo Coltrinari dal titolo “Dal primo al Secondo Risorgimento”  La relazione si è inserita nel filone introdotta dal prof Fisichella, che, in pratica, ha spiegato il “perché”, le cause che sono a monte del Risorgimento Italiano; Coltrinari ha spiegato ed illustrato “come”  questo Risorgimento si è attuato e realizzato. Partendo dal seme gettato con la nascita delle repubbliche filofrancesi del 1799, citando il proclama di Rimini di Murat indirizzato a tutti gli Italiani, ha sottolineato le tappe attraverso le quali i patrioti italiani si sono opposti alla Santa Alleanza, con le date più significative  (Macerata 1817, i moti del ‘21, del ‘32, del ‘35), tutti attivati all’insegna del Tricolore.
Poi ha illustrato il trienni rivoluzionario 1846-1849, in cui il tricolore ha oprato al centro i segni dei siciliani, napoletani, pontifici, toscani, veneti e piemontesi, ovvero i segni degli stati preunitari. Riportato l’antico ordine, il decennio di preparazione è preludio all’anno “mirabilis” che è il 1860 in cui si compie unità territoriale che poi nel 1870 con la conquista di Roma si completa. L’Italia è uno Stato, che con la prima guerra mondiale, nei sacrifici del conflitto e della vittoria di forma la Nazione italiana definitivamente. Monarchia e Fascismo gestiscono per vent’anni il potere, ma con la dichiarazione di guerra del 1940 e la conduzione della medesima compromettono tutto. Il fascismo e la monarchia implodono e la crisi armistiziale del settembre 1943 impone ad ogni italiano delle scelte. E’ la guerra di liberazione, o meglio la guerra degli italiani che dal 1943 al 1945, in funzione subordinata alla Campagna d’Italia condotta dagli Alleanti contro i Germanici, sempre con il Tricolore che raccoglie tutti, che permise poi, a guerra finita di fare la scelta istituzionale e adottare l’attuale costituzione.
Un  dono ai relatori e i ringraziamenti del presidente del club Lions Anzio nettuno Ing. Vallone, ha concluso il convegno.

(Questa nota doveva essere inviata all'amico, scomparso, Claudio Mallone. La pubblichiamo in Suo ricordo, sottolinenado quanto la sua dipartita abbia lasciato un vuoto senza pari, anche nel campo delle inizaitvi socioculturali)

sabato 23 febbraio 2013

Call of papers per la Battaglia di Filottrano


Sullo schema del Calendario Associativo del 2006 della Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, sono in corso ricerche ed acquisizioni di materiale documentario sulla Battaglia di Filottrano del 8-9 luglio 1944
Chi volesse inviarlo o attivare scambi per ricerche ed attività di pubblicazione può contattarci tramite questo blog oppure scrivere a ricerca23@libero.it


mercoledì 30 gennaio 2013

Licio Salvagno, un eroe della guerra di liberazione


Pubblicato nel n. 3 del 2012, n. 38 della Rivista "Il Secondo Risorgimento d'Italia" (www.secondorisorgimento.blogspot.com) ed anche su www.secondorisorgimento.it, l'artcilo di Errico De Gaetano  è un interessante esempio di analisi storico e ricostruzione materica. Nel ricordare un eroe della Guerra di Liberazione, Licio Salvagno, De Gaetano riesce a darci l'immagine di come doveva essere l'atmosfera della guerra, sia con lo scritto che con il corredo iconografico. La Rivista "Il Secondo Risorgimento" può essere chiesta a "risorgimento23@libero.it



                                                                     Licio Salvagno.
 Un eroe della Guerra di Liberazione
di
Errico De Gaetano

Il colonnello della riserva Licio Salvagno, scomparso lo scorso 8 aprile è stato uno dei migliori esempi dello spirito e della dedizione che animarono i membri delle Forze Armate regolari nel corso della Guerra di Liberazione. Nato a Venezia il 28 dicembre 1920, Salvagno inizia la propria esperienza militare il 16 marzo 1942, varcando la soglia del palazzo ducale di Modena per frequentare l’85° corso regolare della Regia Accademia di Fanteria e Cavalleria, un corso accelerato e sprovvisto della tradizionale denominazione, avviato per far fronte alla accresciuta esigenza di ufficiali subalterni determinata dalle vicende belliche. Dopo aver sperimentato quella “pesante normalità” che continua a caratterizzare la moderna Accademia Militare (essendo le esigenze di “formazione caratteriale” sostanzialmente immuni allo scorrere del tempo), il 5 settembre 1943, nominato Sottotenente di fanteria, Salvagno prende servizio presso la Scuola di Applicazione di fanteria di Parma per completare la propria preparazione professionale in vista dell’assegnazione ai reparti combattenti. Le aspettative e le aspirazioni di Salvagno e dei suoi giovani colleghi di corso, tuttavia, svaniscono bruscamente dopo appena tre giorni dal raggiungimento dell’ambito traguardo della nomina a ufficiale. La proclamazione dell’armistizio, infatti, coglie di sorpresa centinaia di migliaia di soldati italiani in tutta Europa, dando inizio a uno dei periodi più bui della storia patria.

Privo di ordini e perfino della pistola d’ordinanza, non ancora distribuita, Salvagno viene catturato dalle SS assieme a gran parte dei propri colleghi di corso, taluni dei quali perdono la vita in quei momenti di estrema confusione e disorientamento. Trasferito a Mantova in una caserma adibita a campo di concentramento per ufficiali, riesce a sfuggire alla prigionia, strisciando in un angusto canale di scolo sotterraneo, e a raggiungere fortunosamente la propria residenza a Venezia, anche grazie al contributo coraggioso di numerosi cittadini.
Ricongiuntosi con la propria famiglia, sfollata in Cadore, dopo aver passato in rassegna tutte le possibili alternative (tutte giustificabili, come ebbe a dire in quei difficili momenti il Grande Ammiraglio Thaon di Revel, purché scelte con cuore sereno) Salvagno decide di mantenere fede al giuramento prestato e di raggiungere l’Italia meridionale per riprendere servizio nell’Esercito regolare.
Raggiunta Roma, assiste al progressivo inasprimento dell’occupazione tedesca che lo costringe a trovare rifugio presso la Casa Generalizia dei padri Barnabiti, ove si cela in una soffitta fino al 5 giugno 1944, allorché gli americani entrano finalmente in Roma.
Il Sottotenente Salvagno, quindi, pur consapevole dei prevedibili sacrifici derivante dalla diretta partecipazione alle operazioni di guerra, si affretta a chiedere al ricostituito Ministero della Guerra di essere reintegrato nell’Esercito e inviato ai reparti combattenti tanto per adempiere al giuramento prestato, quanto per soddisfare l’intimo anelito di contribuire alla rinascita del Paese, concorrendo, come i numerosi volontari che affluirono nelle fila del Corpo di Liberazione, allo sforzo militare alleato nella speranza che ciò potesse lenire i termini di resa.
Assegnato al costituendo Gruppo da Combattimento Friuli, costituito sulla base della omonima divisione di fanteria che aveva scacciato i tedeschi dalla Corsica, Salvagno si scontra con l’incomprensibile burocrazia dell’nuovo Esercito che, lungi dal riconoscere il valore e il coraggio di chi ha atteso, con grande rischio personale, il momento di ripresentarsi alle autorità militari per assolvere al proprio dovere, pretende di eseguire incomprensibili accertamenti disciplinari finalizzati ad acclarare le motivazioni della tardiva “rivelazione” alle autorità militari, dimenticando il fatto che il personale alle armi era stato sostanzialmente abbandonato al proprio destino nei convulsi giorni seguiti alla proclamazione dell’armistizio.
Salvagno, comunque, assume il comando “in sede vacante” della 6ª compagnia del 2° battaglione/88° reggimento fanteria, composta da veterani dei combattimenti di Corsica, da disertori rastrellati nel Meridione e di veri e propri volontari attratti tanto dallo spirito patriottico dianzi illustrato, quanto dalla cruda necessità di sopravvivere nell’impossibilità di ricongiungersi alle proprie famiglie residenti al di là delle linee alleate.
Dopo un periodo di intenso addestramento nei pressi di San Giorgio del Sannio, che si conclude con la fornitura di vestiario ed equipaggiamento inglese nuovo di zecca, il Friuli si schiera a Radda del Chianti ove conduce un ulteriore ciclo addestrativo propedeutico all’immissione in prima linea.

All’inizio del gennaio 1945, ormai pienamente addestrato, il Friuli prende posizione nella zona di Bertinoro, nelle immediate retrovie del Fronte, da dove Salvagno, tornato al ruolo di comandante di plotone a seguito dell’assegnazione di un Capitano come comandante di reparto, partecipa alle ricognizioni che porteranno la Grande Unità italiana a sostituire la 5ª divisione di fanteria polacca Kresowa sulla Linea del Senio.
Il “Friuli”, quindi, si schiera di fronte alla 715ª divisione di fanteria tedesca presto sostituita dalla più agguerrita 4ª divisione paracadutisti, una delle migliori unità avversarie in Italia.
Durante le prime settimane sul fronte del Senio, Salvagno riceve il compito di presidiare il caposaldo nel paese di Villa San Giorgio a Vezzano e di eseguire diverse azioni di pattuglia che, occasionalmente, sfociano in combattimenti di più vaste proporzioni. Il 15 marzo, quindi, partecipa agli aspri combattimenti per q. 92, una collina dominata da una casa colonica, che gli italiani, diversamente dai polacchi, presidiano stabilmente creando chiaro disagio agli avversari. I paracadutisti tedeschi, infatti, approfittando del delicato momento dell’avvicendamento, lanciano un attacco notturno cogliendo di sorpresa i “friulani” che resistono disperatamente finché non vengono sommersi dalle macerie dell’edificio. Il giorno successivo un reparto di formazione del “Friuli”, composto da due pattuglie di fucilieri e una di granatieri (che costituivano il terzo battaglione di ciascuno dei due reggimenti del Gruppo di Combattimento) muove al contrattacco, appoggiato dalla 6ª compagnia in cui Salvagno comanda il plotone di rincalzo. Fallito il primo assalto, a causa delle gravi perdite che includono due comandanti di pattuglia su tre, la 6ª compagnia rinnova l’assalto senza successo. All’alba, gli italiani sono costretti a ritirarsi per non rimanere esposti al fuoco avversario, non offrendo il terreno adeguata copertura. Il giorno successivo, Salvagno, alla testa dei soli mitraglieri e relativi serventi del suo esausto plotone, appoggia un ulteriore attacco dei granatieri che, finalmente, riescono a riconquistare q. 92, annientando, quasi completamente, una compagnia di paracadutisti e catturando diversi prigionieri, tra cui diversi ausiliari russi in uniforme tedesca.
Dopo un breve periodo di riposo nelle retrovie, Salvagno e i suoi soldati di sono di nuovo in prima linea per l’offensiva finale. Il comandante del Gruppo di Combattimento, Generale Arturo Schettini, infatti, nonostante la sua unità avesse maturato diritto a un turno di riposo aveva chiesto e ottenuto di avere l’onore di partecipare all’offensiva finale, nell’intento di offrire il maggior contributo possibile alla causa alleata per il noto obiettivo di ridimensionare le pretese dei vincitori in sede di trattato di pace.
Salvagno di nuovo al comando della 6ª compagnia per effetto di un improvviso attacco di malaria del titolare, riceve il compito di costituire la riserva di battaglione, in quanto il suo Reparto era stato fortemente provato dai precedenti combattimenti.

Il 10 aprile 1945 alle 5.30, così, il “Friuli” prende parte all’ultima grande offensiva alleata in Italia, conducendo un operazione diversiva volta a ingaggiare la 4ª divisione paracadutisti ed evitare che potesse distaccare rinforzi verso il contermine settore della 26ª divisione corazzata tedesca lungo la via Emilia (Operazione Pasqua), ove i polacchi del gruppo corazzato “Dud” avrebbero esercitato lo sforzo principale. Nel dettaglio, il “Friuli” attacca verso Riolo con due battaglioni in primo scaglione e due in secondo scaglione con il supporto di nove gruppi di artiglieria con circa 160 pezzi che rovesciano un uragano di fuoco di preparazione sulle sole posizioni avanzate tedesche. Il Generale Schettini, infatti, aveva preteso che l’abitato di Riolo, ove numerosi cittadini erano rimasti asserragliati nelle cantine, fosse preservato dalla sicura distruzione a opera della possente artiglieria alleata, accettando l’inevitabile rischio di più alte perdite tra i soldati italiani.
L’attacco diversivo del “Friuli”, condotto attraverso un terreno completamente esposto al fuoco nemico e privo del supporto dei carri armati inglesi (che non possono essere assegnati sotto comando italiano), si arena, con forti perdite, contro i campi minati e le fortificazioni tedesche.
Le compagnie avanzate del II/88° fanteria che investono Riolo, sono rapidamente decimate dal fuoco e dalle mine avversarie: la 5ª compagnia viene quasi completamente annientata nell’attacco contro l’Abbazia, mentre la 7ª si arena di fronte al Mulino Maschi subendo gravissime perdite.
In tale frangente, il sottotenente Salvagno, tornato ancora una volta alla guida di un plotone a seguito del tempestivo rientro in servizio del comandante di compagnia titolare, riceve l’ordine di guadare il Senio assieme agli altri due plotoni del Reparto, per alimentare l’attacco contro il caposaldo tedesco di casa Guarè, onde evitare che la citata 7ª compagnia, ormai ridotta al solo Comandante di reparto e 7-8 soldati fosse completamente annientata. Anche l’attacco della 6ª compagnia, tuttavia, si esaurisce contro i campi minati e le fortificazioni avversarie con perdite sensibili anche a causa dell’incessante fuoco dei mortai che costringe i superstiti a trincerarsi sulle posizioni raggiunte sulla riva settentrionale del Senio.
Nel primo pomeriggio, Salvagno riceve l’ordine di lanciare un ulteriore attacco contro Casa Guarè, impiegando esclusivamente il suo plotone. Gli viene richiesto di attaccare in salita attraverso un terreno completamente privo di appigli tattici e infestato da una grande quantità di mine antiuomo. Tanto è grave la situazione e tanto elevato il rischio di insuccesso che l’ordine viene confermato dal comandante di battaglione in persona.

Dopo aver doverosamente presentato la difficoltà dell’impresa, accresciuta dal fatto che il suo plotone, articolato come unità comando e servizi, non disponeva della stessa consistenza organica e dell’armamento delle unità fucilieri, Salvagno provvede a rinforzare il proprio plotone con i resti di altri reparti, in vista dell’attacco pianificato per le 14.00 e successivamente posticipato alle 14.30.
In una chiara dimostrazione degli imprevisti che caratterizzano le operazioni militari sotto il nome di “attrito”, l’artiglieria del “Friuli”, verosimilmente non preavvisata della nuova ora di inizio attacco, apre il fuoco alle 14.00, facendo così svanire qualsiasi speranza di conseguire un minimo effetto sorpresa. Preavvisati dal tiro di preparazione, i tedeschi bersagliano le posizioni di Salvagno e i rinforzi inviati per sostenere l’attacco con un nutrito fuoco di mortai e mitragliatrici. Preso atto della progressiva dissoluzione della propria unità sotto il fuoco nemico, Salvagno raggruppa un pugno di volontari per tentare un ultimo assalto fintanto che le fortificazioni nemiche sono colpite dall’artiglieria italiana. Divide, quindi, il gruppo in due aliquote, delle quali una attaccherà frontalmente attraverso un campo minato per attirare il fuoco nemico e l’altra tenterà di sfruttare un canale per avvicinarsi il più possibile a Casa Guarè. Mentre il primo gruppo assolve al suo difficile compito venendo inesorabilmente logorato dal fuoco avversario, il secondo avanza verso l’obiettivo assegnato al prezzo di continue perdite. Nonostante l’inceppamento della propria arma automatica e una ferita al ginocchio Salvagno riesce a portarsi a distanza d’assalto, ma mentre si erge lanciare una bomba a mano contro il caposaldo tedesco, viene colpito alla testa, presumibilmente da un tiratore scelto avversario che, nei dintorni della posizione di Salvagno, aveva già freddato una mezza dozzina di soldati italiani con precisi colpi alla testa. Dopo un fulmineo momento di smarrimento, nonostante la grave ferita al capo e il colpo ricevuto al ginocchio, il nostro Sottotenente riesce a raggiungere le posizioni di partenza correndo disperatamente attraverso il fuoco tedesco. Dopo un primo sommario trattamento a opera del suo stesso Comandante di Compagnia e dopo aver incitato i suoi commilitoni a continuare a combattere per l’onore del reggimento, guada di nuovo il Senio con le proprie forze in cerca del posto di medicazione, conscio della gravità della propria ferita. Operato all’ospedale di Forlì, grazie al diretto interessamento del comandante del Gruppo di Combattimento, Salvagno viene trasferito all’ospedale inglese di Cervia ove riesce a sopravvivere a una ferita ritenuta normalmente mortale.

Per l’eroismo dimostrato nella Battaglia del Senio, Salvagno viene decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: “in testa al suo Plotone tentava più volte la riconquista di una munitissima posizione nemica. Allorché la violenta reazione del tiro di mortai e di armi automatiche, provocando rilevanti perdite nel suo reparto minacciava di arrestare l'azione, scattava in piedi e da solo si slanciava contro l'obiettivo trascinando i superstiti entusiasmati dal suo valore e dal suo ardimento. Gravemente ferito, incitava i suoi uomini a proseguire nell'azione per l'onore del proprio Reggimento. Già distintosi in precedenti azioni per calma, serenità e sprezzo del pericolo”.
Abbandonata la carriera delle armi subito dopo la conclusione delle ostilità, Licio Salvagno esercita la professione di imprenditore in Venezia, sua città natale, ricoprendo anche importanti incarichi politici e sociali (tra cui quello di Presidente Nazionale dell’Associazione Lagunari, peraltro tra lui fondata) e portando sempre nel cuore l’esperienza della Guerra di Liberazione, condivisa ogni anno con i soldati della “Friuli” e condensata con poetica maestria nella sua opera “1943-1944-1945, Tre anni della mia vita”, di cui si consiglia vivamente la lettura.
Secondo la sfuggente legge di natura che restituisce a ciascuno ciò che ha dato, il Colonnello Licio Salvagno, al pari di tanti altri eroi di guerra, è stato ricompensato dei sacrifici offerti alla collettività con una vita piena di successi e con una vigoria fisica assolutamente straordinaria .
Lo stesso destino ha voluto omaggiare Licio Salvagno ponendo fine alla la sua lunga permanenza terrena nel giorno della Resurrezione che diede il nome dell’operazione di guerra che 67 anni or sono segnò la sua vita.
E quest’anno, dopo aver accompagnato i soldati del nuovo Esercito Italiano nel ripercorrere l’epopea del Senio per numerosi decenni, il Colonnello Salvagno ha partecipato alle commemorazione della liberazione di Riolo Terme, ritornando alla testa dei suoi valorosi compagni d’arme del Gruppo di Combattimento “Friuli” che ogni 10 aprile si radunano ancora una volta tra il colle di Zattaglia e le rive del Senio.








domenica 20 gennaio 2013

Ricerche. www.castelferreti.it Prova di collegamento

Il blog www.coltrinarimarche1944. blogspot.com, è espressione del progetto Storia in Laboratorio (www.storiainlaboratorio.blogspot.com) per quanto riguarda la guerra di liberazione nelle Marche in cui operò il Corpo Italiano di Liberazione, lo spot riporta le attività e le realizzazioni attuate nell'ambito del progetto stesso alle ricerche relative. In particolare le edizioni raccolte nella Collana Storia in Laboratorio, in cui sono riportati le sintesi dei volumi e le attività ad essi connesse. (spot per Mario Brutti per aggiornamento del sito www.castelferreti.it).

mercoledì 9 gennaio 2013

Un Augurio sincero


Le condizioni di salute del gen Luigi Poli si sono peggiorate con il passare dei mesi. La Foto lo ritrae fra Sindaci di Montelungo e Paesi viciniori, durante la commemorazione della Battaglia.
Il gen. Poli, con il Corpo di Liberazione Italiano ha risaluto tutte le Marche ed ha combattuto a Filottrano.
In questi giorni difficili, gli siano vicino, nel momento in cui si pone mano allo sviluppo di uno dei progretti dedicati agli avvenimenti nelle marche del 1944.

venerdì 27 aprile 2012

Regno del Sud: il reclutamento 1944

“Non si parte!” : il movimento di renitenza alla leva nel Regno del Sud
Gioconda Bartolotta

Il 23 novembre 1944 viene pubblicato sui quotidiani l’annuncio del bando di “Presentazione alle armi “ per i giovani delle classi dal 1914 al primo scaglione di quella del 1924, rispondente all’esigenza di completare l’organico delle forze impegnate sul campo e che  avrebbe dovuto trovare realizzazione a cominciare dal Lazio e dalla Campania per concludersi in Sicilia. Si trattava in sostanza di continuare nell’azione di ricostituzione dell’esercito, intrapresa dal governo subito dopo il trasferimento a Brindisi, che si era resa necessaria in seguito allo sbandamento dei soldati dopo l’annuncio dell’armistizio[1].
In Sicilia, però, la reazione al provvedimento in questione  non si fece attendere e, sui muri di ogni centro dell’isola, presero a comparire scritte di aperta disapprovazione per lo stesso, cui presto si accompagnò la diffusione di manifesti che sollecitavano a non rispondere al richiamo e nei quali si sottolineava il bisogno, che la Sicilia stessa aveva, di giovani di cui servirsi per ricostruire quanto era andato distrutto e per rifondare su valori nuovi e diversi lo spirito della sua popolazione martoriata dal recente conflitto. Era dunque impensabile, in una situazione del genere, che questi accettassero di buon grado di andare in guerra.

Alla necessità dello Stato di tenere fede agli impegni contratti con gli Alleati, con la quale pure si voleva giustificare il richiamo alle armi, si rispondeva che comunque la nostra era una nazione vinta e che quegli stessi Alleati che ci avrebbero potuto aiutare a ricostruirla “(...) non possono dimenticare - e a ragione - che fra loro e noi c’è un taglio più forte di loro stessi (...) aperto col sangue dei caduti loro in tre anni di guerra“[2]. Considerazione amara e polemica dalla quale pare trasparire una non totale fiducia a proposito del reale atteggiamento che gli Alleati potevano adottare nei nostri confronti.

Di diverso tono il contenuto di un volantino, ritrovato vicino Palermo, diffuso da un gruppo di studenti, nel quale si sottolineava che le condizioni poste con l’armistizio dell’8 settembre erano così indegne per il fiero popolo italiano che questo non avrebbe dovuto legittimarle presentandosi alle armi, essendo unica condizione valida per tornare a combattere che l’Italia venisse riconosciuta come un vero e proprio paese alleato[3].

Un manifesto rinvenuto ad Agrigento poneva l’accento sul fatto che l’Italia - come già era stato annunciato - avrebbe dovuto subire forti perdite territoriali, una volta terminata la guerra, e questa era una prospettiva che - al pari di tante altre - non poteva certa essere considerata come favorevole, ai fini della presentazione alle armi[4].

 Molto forte l’attacco contenuto in un altro manifesto ritrovato, anche questo, a Palermo: “ (...) l’infame nemico di ieri e di sempre ricco di dollari e di sterline ha bisogno di carne da cannone per risparmiare i suoi preziosi soldati. Al solito i vilissimi nostrani che hanno impedito ai valorosi soldati italiani di conquistare la vittoria, vorrebbero mandare a morire per la grandezza dell’America e della Inghilterra la nostra gioventù (...)“.

La matrice politica di quest’appello è più immediatamente individuabile che nei precedenti, leggendosi ad un certo punto “ (...) I fratelli del Nord si accingono a venire a liberarvi. E’ questione di qualche mese e sarà la vera liberazione (...)“[5]. Nel considerare quanto accadde tra il 1944 ed il 1945 in Sicilia non si può infatti sorvolare sul ruolo svolto in proposito dai fascisti che, nel malcontento popolare, speravano di trovare terreno fertile per il progetto di una loro riorganizzazione, ora che il duce, libero e a capo della RSI sostenuta dai tedeschi, aveva ripreso fiato ed annunciava potersi ancora, sul fronte bellico, “ristabilire in un primo tempo l’equilibrio e successivamente la ripresa delle iniziative in mano germanica“[6], il che avrebbe dovuto avere conseguenze facilmente intuibili sulle sorti politiche italiane[7].

Per diverso tempo, la contestazione mantenne un carattere non violento ma, in seguito, degenerò in atti che di pacifico avevano ben poco. Così il  14 dicembre la popolazione insorge a Catania, in risposta all’uccisione di un giovane dimostrante, colpito dal fuoco dei militari[8].

Il “ Tempo “ del 15 dicembre 1944 titola: “Manifestazioni di studenti contro il richiamo alle armi - Molti edifici pubblici tra i quali il Municipio, il Tribunale , e l’Ufficio Leva incendiati “.

L’insurrezione continua fino al giorno successivo, quando esercito e polizia riassumono finalmente il controllo della situazione.

Diversi quotidiani si occuparono di tale episodio sia ricostruendone la dinamica che commentandolo nel merito, seguendo, nel far ciò, una linea comune, ponendo cioè  l’accento su quanto importante fosse in quel momento “la ricostruzione del paese “cui bisognava che tutti contribuissero senza lasciarsi andare a gesti istintivi ed incontrollati[9].

In relazione ai fatti accaduti, il 15 dicembre era intervenuto anche il C.L.N. della provincia che, nell’esprimere tutto il suo sdegno per quanto avvenuto, poneva l’accento sull’operato “(...) degli elementi separatisti in combutta con gli affini superstiti del fascismo (...)” la cui azione era certo tesa a “(...) creare imbarazzi e difficoltà ai movimenti politici ansiosi di lavorare per la ricostruzione materiale e morale del paese (...)“. Si invitava pertanto la popolazione a mantenersi estranea a tali indegni propositi[10].

Il punto sui disordini cittadini viene fatto anche in un articolo de  “L’Unità” – sempre del 15 dicembre – in un trafiletto del quale si riporta un comunicato diramato dall’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio che “(…) deplora il tentativo di sabotare la guerra liberatrice, tanto più esecrabile ove si consideri che nel resto d’Italia l’arruolamento procede regolarmente e che nelle regioni ancora occupate i patrioti offrono spontaneamente il loro contributo di sangue e di martirio nell’impari lotta contro il nemico (…)” e che si conclude con un appello alla “(…) generosa popolazione siciliana perché, raccolta nelle sue organizzazioni politiche e sindacali, collabori con le pubbliche autorità per mantenere nell’isola le nobili tradizioni di solidarietà nazionale (…)”[11].

Nello stesso periodo violenti scontri si ebbero anche in altre zone dell’isola, nonostante l’Alto Commissario per la Sicilia - nel tentativo di prevenire ulteriori disordini - avesse disposto il divieto di riunione e di assembramento nei luoghi pubblici[12] e presto la rivolta popolare si estese a ben cinque province dell’isola.

Uno dei luoghi più “caldi” fu certamente Ragusa, dove, dopo l’arrivo delle prime cartoline di richiamo, la popolazione venne chiamata ad una riunione e si procedette ad istituire un comitato che elaborasse un piano di azione. Tra i motivi che spingevano i richiamati ragusani a non presentarsi alle armi era di non poco conto il fatto che molti di loro avevano in precedenza militato nelle fila degli armati della RSI - anzi Ragusa, per la resistenza opposta al governo, sembra essersi meritata la medaglia d’oro della Repubblica di Salò[13] - e pertanto, ora, ritenevano di non poter rispondere ad una “(...) assurda e mostruosa chiamata, che doveva schierarli contro quegli stessi uomini con i quali avevano condiviso le ansie, le trepidazioni, i dolori e le sofferenze di una guerra che assieme avevano voluto e combattuto (...)”. Anche in questo caso l’esito era scontato, grazie all’intervento repentino ed efficace delle forze di polizia. La città fu  riconsegnata all’ordine e  si avviò subito il rastrellamento dei quartieri nei quali aveva avuto origine la sommossa, tra cui quello divenuto famoso de  “I mastri dei carretti” che era stato  “(...) il primo a sentire il grido dei Non si parte (...)”[14]. L’operazione si concluse con l’arresto di molti dei protagonisti dei moti e con il loro invio al confino nell’isola di Ustica, che poterono abbandonare solo nel luglio 1946 in seguito all’amnistia disposta dalla Repubblica[15].

 A dicembre anche Palermo insorge. La sommossa palermitana aveva, però, avuto un drammatico precedente nella strage del 19 ottobre 1944, quando i soldati – pure in seguito ad una aggressione di cui vennero fatti oggetto – spararono sulla folla che manifestava contro il carovita in contemporanea con lo sciopero degli impiegati comunali. Due mesi dopo, il 15 dicembre 1944, studenti universitari manifestarono contro il richiamo alle armi, contestazione che venne subito negativamente giudicata e dal C.L.N. e dalla locale sezione del Movimento Giovanile Comunista[16].

A leggere però il numero del “ Popolo “ del giorno successivo sembra che la sommossa di Palermo - anch’essa inevitabilmente degenerata in fatti di sangue - si sia distinta da quella di Catania per aver avuto, quest’ultima, un carattere più politico - la reazione contraria ai richiami, appunto- che non la prima, per lo scoppio della quale decisiva sarebbe stata “(...) la fame, dovuta al prezzo governativo del pane (...)”[17].

Lo stesso articolista afferma inoltre che di una tale situazione avrebbero approfittato tanto i fascisti quanto i separatisti, per favorire i loro reciproci e, in certi casi, convergenti interessi, sobillando la pubblica opinione e spronando il popolo alla rivolta.



Il ruolo del separatismo



Tra i separatisti c’erano delle componenti il cui primario intento era quello di non consentire lo sviluppo ulteriore dei partiti impegnati nella guerra che si facevano portatori di istanze popolari e che così grande consenso erano già riusciti a conseguire tra le masse.

Nel movimento separatista – che sembra, però, fosse riuscito a trovare sostenitori anche fra gli studenti, “(…) per un malinteso spirito di orgoglio regionale”[18] - militavano infatti per lo più elementi della grande borghesia agraria, la cui preoccupazione principale era la difesa del diritto di proprietà[19] il che, evidentemente, li rendeva “nemici naturali“ del partito comunista  che tanta parte ricopriva nella guerra di liberazione - e che in Sicilia era il più grande partito di massa[20] - lasciando così supporre che , una volta che il governo dell’Italia liberata fosse riuscito ad estendere la sua giurisdizione sul resto del paese, questo si sarebbe visto riconosciuto il contributo a ciò fornito con  “ricompense “ di natura politica[21].

Col nuovo Alto Commissario per la Sicilia, Aldisio - che sostituiva l’ex Prefetto di Palermo, Francesco Musotto, che della stessa  carica era stato in precedenza investito su decisione degli Alleati[22] e che si distingueva dal primo per le sue simpatie socialiste[23] - era giunta al potere la Democrazia Cristiana il che si ritenne potesse aprire delle strade ad un’azione anticomunista svolta, come dice La Morsa, “dall’interno attraverso azioni più o meno indirette“[24]. In tal modo, offrendo ai grandi proprietari una garanzia al mantenimento del proprio status economico - il che aveva una valenza politica rilevantissima, dato chepermetteva di incanalare e di controllare le tendenze eversive che questi, con la loro presenza nel movimento separatista, sembravano sostenere - si rendeva possibile adottare, ora, nei confronti del separatismo una politica di opposizione  più decisa e severa rispetto a quanto non si fosse potuto fare con Musotto il quale - per ovvie ragioni politiche - non poteva che mostrarsi disponibile ad una azione cauta e di compromesso[25].  Sul tema del separatismo interviene in quei giorni la “Voce Repubblicana“ che nel precisare come “(...) il nome stesso del movimento separatista è un errore, tanto più grave perchè per molti è un equivoco (...)“, ridimensiona - o almeno tenta di farlo - il carattere di estremismo per cui il movimento si era distinto.

L’autore dell’articolo in proposito sostiene che il sentimento diffuso nell’isola è quello repubblicano, non volendo più la Sicilia sentire parlare di Savoia e di monarchia, chè le ricordano una gestione accentratrice e  “coloniale “, un regime ed una guerra che le ha portato solo lutti.

Era da questa istituzione, deludente e poco responsabile, che ci si doveva allontanare  e non dall’Italia.

E’ certo, comunque, che il Governo dell’Italia liberata prese atto dell’insofferenza che cresceva nell’isola a riguardo e dell’esigenza, che andava facendosi sempre più sentita, di affidarne l’amministrazione non più ad autorità a tale scopo inviate in Sicilia in rappresentanza dello Stato centrale ma a personale del luogo che, della propria terra, conoscesse tutte le ricchezze, i problemi e le potenzialità[26]. Per quanto riguarda nello specifico il movimento separatista propriamente inteso, è certo che i suoi membri agirono da protagonisti nelle vicende successive al richiamo alle armi, addirittura traendo dalle sollevazioni popolari  tanto di quel vigore che si impegnarono nella loro causa fino ad arrivare al punto di poter da lì a poco - queste le voci che circolavano - giungere a proclamare l’indipendenza dell’isola[27].



Le repubbliche del 1944 – 45. La Repubblica di Comiso



Così a Comiso, dove sembrava che i tempi fossero ormai maturi perchè si potesse realizzare il progetto - preparato già da tempo - dell’on. La Rosa che aveva cercato e trovato l’appoggio dei separatisti del luogo per far partire, non appena ci fosse stato il richiamo alle armi, una rivolta che si sarebbe poi dovuta estendere al resto della Sicilia.

E così nel dicembre del 1944,  gli studenti del paese, ricevuta la cartolina di richiamo, iniziarono una protesta nella quale subito coinvolsero il resto della popolazione che prese a guardare ad essi come a dei “benemeriti “.

 Vennero organizzati comizi e dimostrazioni in cui i giovani intervenivano facendosi portatori del sentimento di delusione che tanti aveva assalito al momento dell’annuncio, da parte del Governo, del cambiamento di fronte. Ed ora finalmente, anche per quanti ritenevano che i morti amaramente pianti, la fame e gli stenti giustificassero la protesta molto più di qualunque scelta politica - per quanto non condivisibile essa fosse - era arrivato il tempo di ergersi contro chi a quelle durissime condizioni di vita li voleva ulteriormente costringere, piuttosto che agire concretamente per porvi rimedio.

Fu anzi addirittura necessario che gli studenti, ritenendo che non fosse ancora il momento giusto, placassero gli animi di tutti quelli che, esasperati, avrebbero voluto subito ricorrere alla forza.

Niente fu lasciato al caso. Si procedette a rifornire gli uomini di tutte le armi, di ogni specie, che fu possibile rastrellare, “(...) la città fu divisa in zone e gli uomini inquadrati nelle squadre cittadine che dovevano controllare tutta l’attività e costituire l’esercito permanente della Repubblica di Comiso (...)“[28].

Venne istituito un “ Comitato del Popolo” che dichiarò decaduta l’autorità dello Stato e costituita, di contro, la Repubblica di Comiso alla quale sembra che Mussolini avrebbe conferito la medaglia d’argento della RSI[29].

Per diversi giorni i comisani riuscirono a respingere tutti i tentativi fatti dai militari di riconquistare le loro posizioni e ripristinare l’ordine pubblico nel paese. Tutto questo sarebbe costato ai ribelli morti e feriti ma ciò non li fece desistere dall’intento di impedire il rientro ai “(...) soldati di un Governo che aveva prostituito il Paese allo Straniero (...)“[30] tanto più che si sperava, sempre stando alla ricostruzione fornita da Cilia, in un repentino intervento delle forze del Nord .

Arrivò tuttavia il momento della resa. La prospettiva di vedere il paese raso al suolo, come era stato minacciato, costrinse i comisani a considerare più oculatamente il da farsi. Venne costituito pertanto un comitato parlamentare che avrebbe dovuto  “(...) trattare un armistizio dignitoso e giusto (...)“. Non fu tuttavia possibile realizzare tale proposito ponendo la controparte, come unica condizione alla rinuncia a rappresaglia nei confronti della popolazione, l’accettazione della resa incondizionata.

Nel pomeriggio del 10 gennaio le forze governative rientrarono a Comiso[31], senza peraltro che agli abitanti venisse risparmiata - come pure era stato promesso - una violenta persecuzione che portò in carcere la gran parte di quanti avevano partecipato ai moti e costrinse molti giovani a presentarsi alle armi[32].



La Repubblica Popolare di Piana degli Albanesi
 Anche a Piana degli Albanesi, il 31 dicembre del 1944, era stata proclamata la “Repubblica Popolare”[33] ad opera di Giacomino Petrotta che, nella neo-proclamata repubblica, si avvalse anche dell’ accondiscendenza del Sindaco - che conservò la sua carica perchè favorevole al nuovo assetto istituzionale che era venuto configurandosi - per il compimento di alcuni atti di chiara ingerenza nella pubblica amministrazione e che si sostanziarono, ad esempio, nell’impedire oltre l’espletamento delle proprie funzioni a quanti non erano graditi specie  per la loro precedente militanza fascista.
Tutto ciò fino alla fine di febbraio del 1945 quando, con l’arrivo in forza dei militari, l’ordine pubblico venne ristabilito e la repubblica soppressa[34]. Pure, in quei cinquanta giorni l’esperienza repubblicana venne compiutamente realizzata perchè “(…) le masse sono armate, il medio ceto è legato più o meno di propria volontà agli obiettivi egemonici del popolo, perché è impedita la leva militare e resa realmente obbligatoria per gli agrari la consegna del grano ai magazzini popolari a favore delle masse più povere ed affamate (…)”[35].
 

Le conseguenze della mancata risposta al richiamo e i problemi posti nel caso di presentazione alle armi.
Questa dunque la situazione in Sicilia,   fra il 1944 ed il 1945.
Ma l’ondata di contestazione al provvedimento di richiamo investì tutte le zone della penisola che da esso furono interessate e, di ciò, dovettero prendere atto le autorità competenti investite del compito di presiedere alla presentazione alle armi.

Nei rapporti inviati dalle Regie Prefetture al governo si documenta con precisione  questo stato di cose sottolineando anche che la mancata risposta all’appello ben si comprendeva, ”(...) essendo facilmente intuibili gli ulteriori sacrifici cui andrebbe incontro il popolo con una più larga partecipazione alla guerra, mentre assai deboli sono le illusioni di effettivi benefici, basate solo su promesse rimaste aleatorie, non essendo ancora stato assunto dagli Alleati nessun preciso impegno al riguardo (...)”[36]. E’ da sottolineare inoltre  che la resistenza opposta al richiamo alle armi poteva finire coll’arrecare un danno all’immagine dell’Italia, già duramente penalizzata nella partecipazione alle operazioni di guerra, “(…) nella considerazione degli Alleati”[37].

La mancata affluenza di grandissima parte dei richiamati rappresentava, tuttavia, un enorme perdita , in termini di potenziale, per l’esercito tanto che il Ministero della Guerra si vide costretto, ai primi di gennaio del 1945, a ripresentare il bando, stabilire nuovi termini per la presentazione e promettere che non si sarebbe dato corso ad alcun procedimento penale per quanti non avevano ancora risposto al richiamo purchè, ovviamente, decidessero di farlo allora[38].

La  nuova chiamata del gennaio 1945 riguardò anche il secondo scaglione della classe 1924 ed il primo di quella 1925 - ultima classe utile per la leva-  nel  tentativo di rimediare alla scarsa affluenza in precedenza registrata.

Ma ancora una volta non si ottennero i risultati sperati tanto che, nel febbraio dello stesso anno, un generale dello Stato Maggiore auspicava, per porre finalmente riparo a questa situazione, il ricorso a soluzioni drastiche che avrebbero dovuto colpire direttamente la massa dei richiamati distogliendoli dal proposito, eventualmente maturato, di opporre resistenza al provvedimento prospettando loro, come conseguenze di tale malaugurata decisione, la cancellazione dalle liste politiche o l’eliminazione dagli studi.

C’erano però anche problemi di altro genere da affrontare, che riguardavano quanti, invece, ai bandi di richiamo decidevano di rispondere, presentandosi così ai distretti.

Da alcuni telegrammi, inviati nel febbraio 1945 alle autorità competenti dall’Alto Commissario Aldisio, si desume che il trattamento ad essi riservato nei campi di raccolta non era certo tale da confermarli nella scelta fatta né, tantomeno, tale da poter incentivare altri richiamati a partire, in tal modo ponendo, evidentemente, nel nulla gli sforzi operati dalle autorità civili e militari in questa direzione.

Così, ad esempio, il 27 gennaio 1945 “(...) disertarono dal campo affluenza Afragola - nel quale i volontari si trovavano in pessime condizioni: il campo era allagato e loro non erano neanche stati forniti dei necessari “indumenti militari”- circa mille richiamati siciliani su milleduecento colà affluiti dal 15 gennaio detto (...)”[39].

Era naturale, dunque, che Aldisio avvertisse la necessità - testimoniata dalla qualifica di “precedenza assoluta su tutte le precedenze assolute” al telegramma da lui in proposito inviato - di informare chi di dovere su quanto stava accadendo, chiedendo un intervento immediato perché “(...) incidenti simili siano evitati curando affettuosamente i richiamati (...)”[40].

Conclusioni
Il quadro che emerge dall’analisi delle vicende registratesi in Sicilia tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, non sembra essere minimamente rispondente all’idea, che generalmente si è abituati a condividere, di un movimento resistenziale che ha visto impegnati sul fronte della lotta contro il nazifascismo  tutte le forze “vive e sane” del nostro paese e a cui sarebbe stato dato un sostanziale apporto dalle masse popolari, spontaneamente impegnatesi nella lotta contro il tedesco invasore e nell’estirpazione della “mala pianta” del fascismo. L’Italia dell’ultimo anno di guerra fu, invece, anche il Paese dei renitenti alla leva, delle donne pronte a sfidare le autorità per impedire la partenza per il fronte dei loro figli e dei loro compagni, di quanti vivevano la frustrazione conseguente alle misere condizioni di vita cui erano costretti, di quanti si mantennero estranei all’attivismo politico,  perché ormai convinti dell’inutilità di continuare a riporre fiducia in coloro che si proponevano per l’amministrazione della cosa pubblica, ogni volta promettendo risposta alle istanze più urgenti dell’isola che restavano però sistematicamente irrisolte, di quanti, invece, alla vita politica parteciparono in prima persona, tentando però la via delle Repubbliche popolari in polemica – e a volte violenta – replica all’immobilismo delle autorità competenti. Tutto ciò a riprova dell’esistenza di una situazione diversa da quella largamente propagandata e che però, non per questo, sembra essere meno attendibile pur essendo meno eroica e  meno adatta alla costruzione del mito della partecipazione di massa per la rinascita del Paese alla vita democratica.

Le motivazioni con cui si giustificava la renitenza alla leva erano  principalmente  di carattere pratico, mentre ruolo minore sembrano aver avuto quelle di carattere essenzialmente politico ed ideologico. In tali condizioni non sembra possibile considerare disonorevole la decisione di anteporre le preoccupazioni quotidiane,  gli affetti e gli interessi personali al dovere  di continuare a combattere. Quella in cui fino ad allora ci si era impegnati era stata una guerra che aveva arrecato solo lutti e miserie, e sul prosieguo della quale non si era autorizzati a nutrire speranze di positivi esiti.

La volontà di proporre, come alternativa alla continuazione della guerra stessa, l’impegno per la ricostruzione civile ed economica della propria terra era lì a testimoniare il dinamismo e non l’inerzia, la determinazione e non la mancanza di volontà di quanti ritenevano fosse giunta l’ora di offrirle, finalmente, nuove opportunità.





[1] Con tale provvedimento sarebbero così stati chiamati ad indossare l’uniforme e quanti avevano abbandonato i loro reparti dopo l’8 settembre e quanti erano riusciti, durante la guerra, a non prestare servizio[1], tra cui i giovani fino ai 26 anni, impegnati negli studi universitari, ai quali il regime aveva concesso l’esonero, previsto, in conseguenza delle leggi razziali, anche per i cittadini di razza ebraica, per i quali però lo stesso era stato abrogato già dal marzo del 1944 mentre, tra gli studenti, solo per quelli di medicina, farmacia e veterinaria era stato  confermato il rinvio. Cfr. Enzo Forcella, Un altro dopoguerra, premessa al testo di Maria Occhipinti, Una donna di Ragusa, Feltrinelli ed. Milano 1976, pp. 6-12.
[2] Cfr. “Appello alla gioventù siciliana”, rinvenuto ad Enna, in ACS, Min. Int. DGPS 1930 – 55, b. 191, f. “Enna”.
[3] Cfr. Copia manifestino volante rinvenuto abitato Collesano ( Palermo) ,” Ai giovani delle classi dal 1914 al 1924”, allegato a Leg. Territ. CCRR Palermo, sezione di….., 21 dicembre 1944, 53/10 – 4 prot. in ACS, Min. Int. 1930 – 55, b. 191, F. “Palermo”.
[4] Cfr. Copia di un manifesto rinvenuto ad Agrigento, allegato a Regia Prefettura Agrigento, 28 dicembre 1944, Gab. 4633 in ACS, Min Int. Gab. 1944 – 46, pacco 199, f. 180.
[5]    Cfr. “Giovani delle classi dal 1914 al 1924”, rinvenuto il 26 novembre 1944 a Palermo, allegato a Sezione Territoriale dei CCRR Palermo, compagnia Pa interna, 16 novembre 1944, 49/8 prot. in ACS, Min. Int. 1930 – 55, b. 191, f. “ Palermo”.
[6]    Cfr. G. Conti, Giuseppe Conti, La Rsi e l’attività del del fascismo clandestino nell’Italia liberata dal settembre 1943 all’aprile 1945, in Storia contemporanea, n. 4/5, ottobre 1979,op. cit., p. 989.
[7] L’attenzione che il Nord dell’Italia - in contrasto con la quasi indifferenza mostrata dal governo del Sud per la RSI -  pose alle sorti del resto del paese, “invaso” dalle truppe Anglo-americane, assunse un duplice aspetto.
 Si manifestò in forma clandestina, ad esempio inviando aiuti economici ed istruzioni per sabotare le truppe alleate ai gruppi fascisti operanti in zona e si  palesò inoltre in forma ufficiale, con articoli sui giornali della RSI e comunicati radio nei quali si dava notizia delle misere condizioni di vita delle popolazioni, dell’infelice azione di governo degli Alleati, delle violenze compiute dalle loro truppe e dei danni cagionati agli abitanti delle zone in cui erano penetrati, della renitenza dei giovani di fronte al richiamo alle armi. Insieme a quelle vere però, molto spesso venivano diffuse anche notizie del tutto false, per lo più relative a gesta eroiche compiute dagli uomini del Sud per il loro riscatto dagli invasori, operazione che, volendo mostrare come il fascismo, nell’Italia meridionale, fosse ancora molto radicato, serviva a “ tener alto il morale della pubblica opinione della RSI “[7]. Non è tuttavia facile stabilire, come sottolinea G. Conti, quale fosse il vero scopo che le autorità del Nord, adottando gli atteggiamenti descritti nei confronti dei “Fratelli del Sud “, si proponevano di raggiungere. Se cioè queste volevano creare un movimento che potesse in seguito trasformarsi in una rivoluzione per il ripristino delle passate condizioni sociali e politiche o se, più semplicemente, si trattava di una strategia atta a far sì che gli Alleati ed il governo del Sud, dovendo occuparsi dei problemi di ordine pubblico che così venivano inevitabilmente a crearsi, “ fossero costretti ad allentare la pressione militare in prima linea “. Cfr. G.Conti, op.cit,  p.994.
[8]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 13.
[9]    Cfr. “Catania” in “Unione Sarda”, 24 dicembre 1944.
[10]    Cfr. Manifesto del C.L.N. della provincia di Catania, in ACS, Min.Int. DGPS 1930 – 55, b. 191, f. “Catania”.
[11] A conclusione di un articolo di una settimana prima , su “L’Unità” si era comunque sottolineata l’inutilità del ricorso ai soli mezzi repressivi in caso di sommosse essendo necessario, al fine di escludere del tutto la possibilità del ripetersi di tali episodi, porre in discussione e trovare una soluzione ai problemi dell’isola. Tra questi, di primaria importanza era sicuramente quello alimentare. Su quest’ultimo tema è ancora “L’Unità” ad intervenire , il 20 dicembre, riportando stralci di un articolo della “Voce Comunista” di Palermo nel quale si fa riferimento al “(…) problema gravissimo del rialzo dei prezzi e del conseguente carovita nell’isola[11], sostenendo la necessità che le autorità siciliane senza incertezze né debolezze spezzino la criminosa trama di persone che oltre al loro profitto immediato perseguono lo scopo politico di disgregare e rovinare la Sicilia, suscitando odi e diffidenza tra una provincia e l’altra, fra la campagna e la città, rompendo la solidarietà tra gli operai e contadini, esasperando i ceti impiegatizi ed i piccoli professionisti e rendono impossibile quella politica di unità nazionale e di unità delle forze popolari, democratiche e progressive della Sicilia che trovano la loro espressione nel C.L.N (…)”.
[12]    Cfr. “Dimostrazioni studentesche a Palermo e nuovi disordini in provincia di Catania”, in “Risorgimento Liberale”, 17 dicembre 1944.
[13] Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 16, nota 13.
[14] Cfr. Salvatore Cilia, Non si parte (1944-45), Ragusa 1954,  p. 65.   
[15] Sinora abbiamo posto l’accento sulla propaganda fascista, ma in realtà, fu rilevante la fattiva partecipazione ai moti anche di quella parte del popolo di forti tradizioni socialiste. Questa  verrà messa in evidenza, anni dopo, da un deputato comunista all’Assemblea regionale siciliana, Giacomo Cagnes, che ricorderà come, durante i fatti di Comiso, lo stesso tentativo di  Girolamo Li Causi, uno dei capi comunisti più noti, di sopire la volontà insurrezionale dei comisani convincendoli della necessità di rispondere al richiamo, sia da questi stato accolto con stupore, non riuscendo essi a comprendere come una richiesta di tal genere potesse procedere proprio da lui, che più di altri avrebbe dovuto mostrarsi sensibile ai loro stenti e non certo spronarli ad andare incontro ad ulteriori sacrifici ( Li Causi intervenne con gli stessi propositi anche a Ragusa ). Cagnes ridimensionerà inoltre il ruolo svolto dalle componenti fasciste e separatiste prive, secondo lui, e di una valida struttura organizzativa e di forza sufficiente per venire allo scoperto.  Cfr. E. Forcella, op. cit., pp.16-17.

[16]    Cfr. “Le agitazioni di Palermo deplorate dal C.L.N.” in “Voce Repubblicana”, 17 dicembre 1944.
[17]    Secondo altre fonti sia i moti di Palermo che quelli di Catania avrebbero avuto come causa scatenante la fame, nonché le dure condizioni lavorative e salariali, mentre si qualifica come più prettamente politica la rivolta di Ragusa. Cfr. “Dal Corriere della sera 18 gennaio 1945”  in
S. Cilia, op. cit., p. 37.
[18]   Cfr. Elena Aga – Rossi, l’Italia nella sconfitta. Politica interna e situazione internazionale   durante la seconda guerra mondiale, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1985,, p.318.
[19]    Cfr. Renato La Morsa, “Cronachetta Siciliana”, “Società”, n. 4, 1945, p. 81.
[20]    Cfr. R. La Morsa, op. cit., p. 84.
[21] Tra militanti separatisti e comunisti non mancarono pertanto accesi scontri che sfociarono anche in episodi violenti. Ma gli interessi economici dei grandi proprietari sembrarono ad un certo punto poter essere tutelati con  la nomina alla carica di Alto Commissario di Aldisio, disposta dal governo dell’Italia liberata dopo che ad esso venne restituita dagli Anglo-americani l’amministrazione dell’isola. Cfr. E. Forcella, op. cit., p.10.
[22]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 11.
[23]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p.11.
[24]    Cfr. R. La Morsa, op. cit., p. 81.
[25]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 11.
[26] Ad attestare l’intento di rispondere a queste crescenti richieste intervenne la decisione di conferire all’Alto Commissario Aldisio, che si adoperò perchè venissero mossi passi avanti in questa direzione,  il potere di apportare modifiche alle leggi ed ai decreti-legge emanati al centro perchè - qualora se ne ravvisasse la necessità - risultassero il più possibile rispondenti alle problematiche peculiari dell’isola al fine di favorirne in particolare lo sviluppo economico. Vennero ampliate anche le attribuzioni della Consulta, istituita nel marzo 1945 così che questa e l’istituto dell’Alto Commissariato, si potevano ora considerare validi strumenti per intraprendere la strada dell’autonomia amministrativa. Tale tema continuò ad occupare la scena politica ancora dopo la liberazione.
[27]    Cfr. Filippo Gaia, L’esercito della lupara, Area ed., Milano 1962, p. 175.
[28]    Cfr. S. Cilia, op. cit., p. 77.
[29]    Cfr. E. Forcella, op. cit., p.16, nota 13.
[30]    Cfr. S. Cilia, op. cit., p. 85.
[31]   Cfr.  anche F. Gaia, op. cit., p. 179; Salvo Di Matteo, Anni Roventi – La Sicilia dal 1943 al 1945, Denaro ed., Palermo 1967, p. 334.
[32]    Cfr. S. Cilia, op. cit., pp. 95 – 96.
[33] Ad opera di Giacomino Petrotta, un piccolo proprietario conduttore rurale, antimilitarista, iscritto al PCI dal quale prese le distanze quando i suoi dirigenti decisero per l’intervento nella guerra di Liberazione nonché per avere il partito dimenticato la sua dimensione di classe, mostrandosi favorevole ad un’alleanza con “(…) i borghesi ex fascisti”. Stanco dei sacrifici cui il conflitto mondiale lo aveva fin ad allora costretto, approfittò di un episodio verificatosi in paese - un furto nei  “ granai del popolo “ messo a segno da un carabiniere - per indirizzare lo scontento popolare verso azioni estreme. Cfr. Testimonianze da una repubblica contadina. Giacomino Petrotta ed i giovani di Piana dagli Albanesi, a cura di Angela Lanza, Centofiori ed., Palermo 1975, p.9.
[34]    Cfr. S. Di Matteo, op. cit., pp. 334 – 336.
[35]   Cfr. Testimonianze da una repubblica contadina, op. cit., p.11. Volendo fare una valutazione di quanto accadde a Comiso e a Piana degli Albanesi, dalla documentazione di cui disponiamo sembra però potersi validamente affermare che tanto l’una quanto l’altra “repubblica” si inseriscono all’interno di un vasto movimento di rivendicazione di matrice contadina la quale ebbe sicuramente maggior gioco nella loro costituzione che non quella fascista o separatista. Le istanze di cui il suddetto movimento si fa interprete sono quelle tradizionali della vessazione operata dai grandi proprietari terrieri che costringono i contadini a disagiate condizioni di vita, ma – dato il particolare momento che sta attraversando il paese – la domanda di giustizia sociale che si alza dal popolo si qualifica anche per essere strettamente legata al problema della continuazione della guerra.   Li Causi, intervenendo sulla contestazione avutasi in Sicilia sin dall’indomani della pubblicazione della nota di Presentazione alle Armi, pur condannandola non può esimersi dal fornirne una spiegazione:
 “Appena gli Alleati sono sbarcati, appena hanno occupato l’intera isola, per le labbra e per le menti di tutti è corsa la stessa frase, è allignato lo stesso pensiero: la guerra è finita per noi. La guerra non ci riguarda più. Finalmente si può respirare[35]. Come si poteva ragionevolmente sperare dunque che le masse rispondessero ad una appello dal cui accoglimento erano certe che nulla sarebbe loro venuto che non fossero altra miseria ed ad altri lutti? Cfr. Francesco Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Sellerio ed., Palermo 1984 –vol.3, Dall’occupazione militare alleata al centro sinistra – 1987, pp. 161-164.
[36]   Cfr. E. Forcella, op. cit., p. 21.
 [37]    Il disinteresse mostrato per la vita politica del paese non poteva non influire sui partiti che la  animavano i quali ,“(…) non essendosi ancora la coscienza popolare orientata verso un determinato ideale politico (…)”, non potevano sentirsi sufficientemente sostenuti nelle proposte da loro avanzate nel tentativo  di fornire una valida risposta ai problemi posti “(…) dalle attuali condizioni politico – economiche (…)”. Cfr. Elena Aga – Rossi, op. cit., pp. 329 – 330 e p. 341.
[38] Tale impegno va considerato tenendo presente quanto era stato disposto invece in seguito al primo bando di richiamo, datato 4 ottobre 1943, nel quale era stato previsto che il militare sbandatosi in conseguenza dei fatti dell’8 settembre e che non si fosse costituito all’autorità militare italiana subito o entro il tempo massimo di 5 giorni dall’occupazione, da parte di forze italiane o alleate, del territorio nel quale il suddetto soldato si trovava, sarebbe stato considerato disertore e pertanto punibile con reclusione militare per un  periodo di tempo non inferiore a 5 anni, secondo quanto previsto dall’ art. 146 del c.p.m.g., pena che - si aggiunge nel bando - si sarebbe potuta aumentare da un terzo alla metà.
 Tuttavia va ricordato in proposito l’esplicita richiesta degli Alleati di riservare a quanti, accogliendo il loro appello, avevano deciso di disertare nel periodo 10 luglio – 8 settembre 1943, un trattamento diverso da quello destinato, invece, a coloro che  avevano fatto sì la stessa scelta ma dopo l’8 settembre e per i quali non fu prevista alcuna indulgenza Per tanto i provvedimenti che avrebbero dovuto essere presi nei confronti degli “assenti dal servizio” , dovevano assumere “forme meno gravi” per quanti “(…) avevano commesso reati fino alla diserzione (…) nel periodo 10 luglio – 8 settembre 1943 “ ai quali venivano affiancati anche “ coloro che nel periodo 10 giugno 1940 – 10 luglio 1943 si erano resi colpevoli di reati che avevano come movente l’avversione al regime e alle sue istituzioni”. Il capo di Stato maggiore generale maresciallo Messe non potè non considerare questo stato di cose e pertanto sollecitò una larga applicazione di provvedimenti di clemenza – dai quali vennero però esclusi gli ufficiali e i sottufficiali di carriera -  nelle forme della “(…) archiviazione, sospensione del giudizio, revoca dell’azione penale e, quando il giudizio era stato emesso, della grazia (…)”.  Si ritenne altresì opportuno, però, procedere ad una selezione accurata dei casi all’attenzione delle autorità competenti per evitare di conferire al provvedimento “(…) un carattere di sanatoria indiscriminata (…)”  e ciò per rispondere ad esigenze di giustizia nei confronti di chi non aveva mai smesso di compiere il proprio dovere ed evitare così il rischio di “(…) distruggere definitivamente i già tenui legami disciplinari che tenevano in piedi l’esercito italiano (…)”. In seguito però sulla sorte degli appartenenti alle forze armate che avevano arbitrariamente smesso di prestare servizio nel periodo fra il 10 luglio e l’8 settembre, intervenne un accordo tra Badoglio e il generale Mason-Mac Farlane, capo della Commissione Alleata di Controllo, siglato il 9 maggio 1944, con il quale si disponeva che gli stessi “ andassero esenti da pena” , dando così al provvedimento di indulgenza quel carattere generalizzato con cui fino ad allora si era evitato di connotarlo. Cfr. G. Conti,  L’Esercito Italiano nel Regno del Sud. La difficile ripresa, in……,p.366 – 367.  Vale prendere in considerazione anche quella che fu la sorte degli i “assenti dal servizio” ancora dopo la fine della guerra.
In data 19 marzo 1946 venne emanato un decreto che convertiva la pena di morte e/o la detenzione, per costoro prevista, in 5 anni di carcere militare. Si stabilì inoltre che alle condanne, da infliggersi su decreto, sarebbe stato possibile proporre opposizione.
Furono molti quelli che decisero di farlo così dando l’avvio ad un attività di riesame dei casi contestati, da parte dei tribunali militari, che richiese un lungo periodo di tempo durante il quale quanti erano ricorsi a questa possibilità si videro rifiutato il rilascio di documenti, licenze e concessioni, continuarono ad aver registrato sul loro certificato penale la condanna o il reato contestato, non poterono neanche esercitare il diritto di voto.
[39]    Cfr. Telegramma n°. 0/164 del 1 febbraio 1945 in ACS, PCM,1.2.1, f. 25348, sottof. 2.
[40]    Cfr. Telegramma n°. 0/165 del 2 febbraio 1945 in ACS, PCM,1.2.1, f. 25348, sottof. 2.